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  • “Chi ti dice che sei forte vuole sedersi sopra la tua testa”. Parola di Leonora Carrington.

    Non voglio più essere forte, essere considerate forti non conviene. Con un sorriso da furfante lo confessa all’intervistatore, che non sa se crederle o meno, mentre lei si prodiga a innaffiare le piante sparse per tutta la casa, a Città del Messico, quando ormai è un’anziana signora. La grande artista britannica scomparsa nel 2011 – era nata nel 1917 – alla quale Palazzo Reale di Milano ha dedicato un’ampia retrospettiva che si conclude oggi, non ha mai smarrito il suo umorismo per le strade spesso incidentate della sua esistenza.

    Si era parlato di lei anche in occasione della mostra “sorella”, ospitata anch’essa da Palazzo Reale nel 2025, dedicata all’amica artista italo-argentina Leonor Fini. Negli ultimi anni, le opere di Carrington sono felicemente tornate a essere esposte anche fuori dal Messico, paese adottivo che l’ha sempre considerata una delle sue più grandi artiste, e nel 2022 aveva già ispirato anche la Biennale d’arte di Venezia curata dall’italiana Cecilia Alemani. Edizione che fui particolarmente lieta di visitare, in una laguna appena uscita dall’incubo della Pandemia: fu la prima, infatti, in 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, a ospitare più artiste donne che uomini. La curatrice, sulla scia delle mostre sul Surrealismo, diede ampio spazio al recupero dei lavori di artiste delle avanguardie storiche, tra cui appunto Fini e Carrington. Il titolo dell’esposizione, Il latte dei sogni, era preso in prestito proprio da una sua opera, una favola illustrata per bambini.

    Ma tornando alle sue parole, quando ti dicono che sei forte, chiarisce l’artista nel bel documentario fruibile all’interno della mostra milanese – unico audiovisivo, purtroppo, presente – è soltanto per un motivo: vogliono sedersi sulla tua testa. E dal momento che qualcuno, una volta, si sedette letteralmente sulla sua testa, c’è da credere che conoscesse bene la sensazione che provoca.

    Per capire la dinamica bisogna però leggere il suo bellissimo Giù in fondo, racconto autobiografico pubblicato in Francia nel 1945 con il titolo En bas, e tradotto in Italia da Ginevra Bompiani per Adelphi nel 1979, in cui ritroviamo la scena.

    I due uomini, José e Santos, mi buttarono per terra alla svelta. José si sedette sulla mia testa, mentre Santos e Asegurada cercavano di tenermi ferma le membra che continuavano a divincolarsi. Mercedes, armata di una siringa che brandiva come una spada, mi conficcò un ago nella coscia.

    Siamo nel 1940 e Leonora si trova in Spagna, a Santander, dove ha intrapreso, suo malgrado, uno di quei viaggi “da cui si hanno poche probabilità di tornare”, come lo definì Breton. Un viaggio al termine della notte, in cui si trova faccia a faccia con la propria follia; laggiù in fondo, in un posto che nessuno vuole chiamare con il suo nome: fuor di metafora, un reparto di psichiatria. In quel manicomio ci è arrivata, a ventitré anni, dopo che il suo amante, l’artista tedesco Max Ernst con cui viveva in Francia, è stato a sua volta trascinato in altro luogo da cui è interdetto ai più il rientro: un campo di concentramento (è la seconda volta che lo internano). Riusciranno entrambi a fuggire dalle rispettive prigioni ma si perderanno per sempre e Carrington, in seguito, con la saggezza della vecchia signora anglo-irlandese-messicana quale è poi diventata, definirà quel suo amor fou una semplice “sbronza”.

    Ingabbiare la vita di Leonora Carrington nella solita logica di arte e follia, tuttavia, sarebbe da pazzi.

    Innanzitutto perché il suo crollo di nervi è forse la cosa più normale e umana che sarebbe potuta accadere a una giovane donna della sua età, scampata a uno stupro da parte di una gang di soldati nella Spagna franchista. Leonora è già debilitata, in fuga dalla Francia occupata dai nazisti alla ricerca disperata di un salvacondotto, che non otterrà mai, per poter far espatriare il suo Ernst. I deliri complottistici che le hanno tolto la ragione, secondo i quali l’Europa dell’epoca sarebbe caduta sotto l’ipnosi di una congrega di maghi malvagi, spiegherebbero i fatti in modo senz’altro più accettabile, rispetto all’atroce, disumana verità storica con cui i contemporanei, e dopo di loro i posteri, si sono trovati a dover fare i conti. Alla fine di quell’esperienza, quando recupererà la lucidità, Leonora capirà che esiste un solo incantesimo per spezzare il male, la sua “ragione”.

    Venni così a sapere che il Cardiazol era una semplice iniezione e non un effetto dell’ipnotismo, che don Luis non era un mago ma un bandito, che Covadonga, l’Egitto, Amachu, la Cina erano reparti dove si curavano i pazzi e che dovevo andarmene al più presto. (Etchevarria) Disoccultò il mistero che mi avvolgeva e che gli altri sembravano infittire di proposito intorno a me.

    Se la malattia era stata un modo per spiegarsi, con altrettanta irrazionalità, l’abisso irrazionale in cui era sprofondato il mondo occidentale, la guarigione avviene grazie alla (ri)scoperta della lucidità: non si tratta, tuttavia, di una razionalità di tipo cartesiano, penso quindi sono, perché Carrington, la più rinascimentale di tutti i surrealisti, che appena quindicenne trascorre sei mesi di fondamentale apprendistato a Firenze, a riempirsi gli occhi delle opere dei primitivi italiani e degli artisti del primo Rinascimento come Paolo Uccello, rigetta beffarda gli assunti dell’Uomo Universale, l’Uomo vitruviano leonardesco.

    Leonora, piuttosto, è la Donna Universale, come splendidamente suggerito dal ritratto in forma di collage realizzato dall’amica fotografa Kati Horna in Messico (quello che appare in apertura di questo post). È la donna che attraversa le porte di una nuova saggezza, più che conoscenza.

    Per comprendere Carrington, come ben scrive la curatrice della mostra Tere Arq nel bel catalogo della mostra, è essenziale infatti “capire la distinzione che lei stessa faceva fra la conoscenza teorica (sophia) e la saggezza incarnata (gnosis) – quella linea sottile che separa lo studioso dall’iniziato”. Forte di questa saggezza, dopo l’esperienza traumatica del manicomio, alla quale riesce a sottrarsi dopo sei mesi, nonostante la sua famiglia complotti per rinchiuderla in un altro istituto, Leonora realizzerà le sue opere migliori, diventando anche dal punto di vista stilistico un’artista più matura, capace di mettere a punto una personale e raffinatissima estetica che non può essere congelata nell’unico aggettivo “surrealista” .

    Nella lettera all’editore che costituisce la Prefazione a Giù in basso, in cui autorizza la pubblicazione del racconto del suo internamento a condizione che quella stessa lettera sia pubblicata come premessa dell’opera, definisce ciò che ha dire da dire “senza veli quanto è possibile”. E nella prima pagina del suo resoconto scrive:

    Prima di addentrarmi nei fatti di questa esperienza, tengo a dire che la sentenza pronunciata contro di me dalla società fu probabilmente, anzi certamente, un bene perché ignoravo l’importanza della salute, cioè la necessità assoluta di avere un corpo sano per evitare il disastro nella liberazione dello spirito. E la necessità più importante ancora, che altri siano con me, che, dalle nostre conoscenze, ci alimentiamo a vicenda al fine di costituire l’Intero.

    L’artista chiama in causa gli “altri”, e capiamo che non si tratta soltanto delle artiste e degli artisti a cui fu legata da innegabili affinità elettive, ma anche del lettore, della lettrice soprattutto, che legge stupefatta quelle sue memorie. La stessa lettrice che, come la sottoscritta, a distanza di decenni si interroga sulle sue opere, scrutandole da lontano. Soltanto prendendo letteralmente le distanze, infatti, è possibile cogliere il quadro che Carrington vuole rappresentare, un mondo che non esiste senza di noi: l’artista ci chiede di “accendere” la visione che ci troviamo di fronte, usando i nostri occhi per percepire, a poco a poco, tutti i dettagli della composizione, mai casuale e sempre studiatissima, e di aprire allo stesso tempo gli occhi della mente, attivando la nostra immaginazione. Soltanto in questo modo, alimentandoli, possiamo entrare nei suo mondi e farne parte (sotto, due dipinti in esposizione a Milano, Orplied, 1995 e Senza titolo- L’Arca di Noè, 1962).

    A cinquantatré anni, nel 1970, in un testo pubblicato in Messico sulla rivista Cultural Correspondence, Leonora si definisce un “Female Human Animal”, un Animale Umano Femminile, sviluppando una riflessione femminista antesignana sull’identità di genere, sull’emancipazione femminile, sulla liberazione dalla tirannia della propaganda, sull’ecologia e sul superamento della visione umanista patriarcale che ha sempre messo l’uomo, l’essere umano maschile al centro, misura di tutte le cose. Il catalogo ha il merito di riproporre integralmente il testo da lei scritto in quell’occasione, poi divenuto celebre in tutto il mondo, con il titolo What is Human? , come manifesto femminista.

    Sono ciò che osservo o ciò che mi osserva?

    “Io sono colui che sono”, disse Dio Padre a Mosè sul monte Sinai. Questo, per me, non significa nulla.

    Io sono potrebbe essere un’invenzione disonesta, che in realtà designa una moltitudine. Je pense don je suis, ma perché? Bella pretesa, Monsieur Descartes! Se la mia identità coincide con i miei pensieri, allora potrei essere qualsiasi cosa: dal brodo di pollo a un paio di forbici, un coccodrillo, un cadavere, un leopardo o una pinta di birra.

    Se sono il mio corpo, allora oscillo da feto a donna di mezza età che cambia ogni secondo.

    Eppure, come tutti, aspiro a un’identità, sebbene questo desiderio mi lasci sempre perplessa.

    Se una vera identità individuale esiste davvero, mi piacerebbe trovarla, perché – proprio come la verità – nel momento in cui la scopri, è già svanita.

    Nel 1972 Leonora Carrington disegnerà anche un poster per il movimento di liberazione femminile messicano, Mujeres conciencia, in esposizione a Milano.  Peccato che, in seno all’esposizione, non si sia tuttavia trovato il modo di valorizzare questa esperienza, che sembra quasi incidentale nel percorso biografico dell’artista. Si sarebbe invece potuto connettere il vissuto di quegli anni, l’impegno intellettuale e politico di Carrington con ciò che, nel tempo, gli ha fatto eco, proponendo riflessioni filosofiche e politiche, lavori creativi e opere di altre artiste che si sono richiamate alla sua visione.

    L’idea che i nostri “Padroni” abbiano ragione e debbano essere amati, onorati e obbediti è , a mio avviso, una delle menzogne più distruttive instillate nella psiche femminile. È diventato terribilmente evidente che ciò che questi “Padroni” hanno fatto al nostro pianeta e alla sua vita organica.

    Credo che la vita sulla Terra abbia scarse possibilità di sopravvivere, se le donne continueranno a restare passive.

    Rispetto alla mostra che Palazzo Reale ha dedicato a Max Ernst a cavallo tra il 2022 e il 2023, molto ricca ma coesa nel ricostruire, attraverso opere e documenti di vario tipo, il percorso di ricerca di un’artista così versatile, questa esposizione su Leonora Carrington non pare trovare la chiave giusta per valorizzare i pochi materiali d’archivio e le opere non visive proposti, come per esempio le rare sculture presenti, attorno alle quali non vengono creati spunti significativi di approfondimento sul lavoro scultoreo dell’artista, che fu invece molto importante nella seconda metà della sua vita.

    Soprattutto nei decenni messicani, Carrington, oltre a dipingere, scolpisce sia il legno – in mostra troviamo solo il suo conturbante specchio magico nero, Magic Mirror (Sentry Figures), un’opera giovanile del 1950 – sia il bronzo, in particolare negli ultimi anni di attività (2008-2011), quando l’artrite le impedì di dipingere: in mostra troviamo soltanto una sua Goddess, Dea, del 2008. Il valore artistico delle sculture, molte delle quali sono state oggetto d’asta in tempi recenti, è tuttora dibattuto: si discute anche della “paternità”, parola che a lei non sarebbe di certo piaciuta, delle opere in bronzo realizzate nell’ultima fase. Alcuni lavori sono stati esposti finora solamente in gallerie private e da qui nasce probabilmente la difficoltà nel farle arrivare ai musei.

    In Messico Carrington ha realizzato anche tessuti, maschere, gioielli e un mazzo di meravigliosi tarocchi, che l’esposizione di Palazzo Reale ha il merito di presentare al pubblico. Le ventidue carte, corrispondenti ai cosiddetti “trionfi” o arcani maggiori dei Tarocchi, furono create nel 1955 per uso privato: secondo la testimonianza di Gabriel Weisz Carrington, figlio di Leonora, la madre si dedicò per diversi anni alla pratica della cartomanzia. Fu Leonora, peraltro, a iniziare Alejandro Jodorowsky ai tarocchi marsigliesi, a cui si ispira in parte il mazzo da lei ideato (altro modello sono i tarocchi dell’artista inglese Pamela Colman Smith).

    Jodorowsky ha sempre considerato Carrington una figura fondamentale nella sua formazione spirituale, come racconta nel libro autobiografico El Maestro y las magas, Il maestro e le maghe. Meno noto è che Jodorowsky e Carrington furono legati, oltre che da una lunga amicizia, da un sodalizio artistico: nel 1958 scrissero insieme un’opera teatrale a quattro atti intitolata La princesa Araña, La principessa serpente, “una disgustosa operetta surrealista per bambini mutanti” provocatoriamente indirizzata ai più piccoli, che trattava di abiezioni e assurdità varie. Rimasta segreta per quarantotto anni, fu il frutto di un gioco tra gli artisti, nella migliore tradizione surrealista.

    Considerato che Carrington collaborò negli anni con molti altri artisti e artiste messicani e basati in Messico, e fu, come già menzionato, un punto di riferimento essenziale per i movimenti femministi locali, sarebbe stato interessante inquadrare la sua attività nel contesto della vita artistica e culturale di quel paese, senz’altro meno nota al pubblico italiano e forse per questo potenziale fonte di curiosità. Approfondire il contributo di Carrington alla scena messicana, così come dare maggiore rilievo al ruolo di grande maestra che ha sempre avuto e continua ad avere per le giovani artiste contemporanee a livello internazionale, non avrebbe restituito in modo più completo, e con un approccio meno eurocentrico, l’intera sua personalità artistica?

    L’augurio è che questa sia la prima di nuove future esposizioni in cui il pubblico italiano possa avere la possibilità di scoprire il lavoro e il pensiero di questa grande artista, che sa parlarci del nostro presente e continua, attraverso la sua arte, a ricordarci che forse possiamo ancora cambiare rotta.

    È curioso pensare che la corteccia cerebrale umana sia stata impiegata, in genere, per l’artificio, la simulazione, l’arroganza. Pretendere di essere superiore per via della nazionalità “x”; pretendere di valere più di te perché possiedo sei televisori, una casa più grande, un’auto migliore; pretendere di aver ragione perché abbiamo armi più cattive e più totalmente distruttive di quelle che hanno loro.

    Perché tutta questa mortale arroganza?

    Non è forse possibile usare la corteccia cerebrale per uno scopo reale e positivo, come la ricerca della verita?

    Una volontà di sopravvivenza della Vita, il desiderio che il mistero continui a dispiegarsi nel mezzo della vita stessa?

    L’uso straordinario e orribile del cervello umano contro altri cervelli umani è molto difficile da spiegare, ma per citare il professor Genovés, “La stessa intelligenza che ha inventato la guerra potrebbe inventare la pace” (…)



  • Se in Italia si legge poco, forse è anche perché i libri sono “illeggibili”?

    Qualche giorno fa, il regista danese Nicolas Winding Refn, invitato d’onore al festival milanese sulle colonne sonore SLAM (Sounds Like a Music), prima di parlarci del suo rapporto tra immagine e suono, della genesi punk dei suoi lavori giovanili e delle sane ossessioni che nutre da sempre per sua madre, ha teneramente premesso: “sono dislessico”. Va da sé, ha confessato, che non potendo leggere libri, da giovane guardassi troppa TV e ascoltassi tantissima musica.

    Ripenso alle sue parole, oggi, con un libro in mano: The Silence di DeLillo, edizione inglese pubblicata nel 2020 da Picador. Un libro che a farsi leggere ci prova davvero.

    Parlo proprio del libro, non del romanzo.

    Un libro di carta, fatto di centoventisei pagine che hanno la particolarità di sembrare appena uscite, calde calde, da una tipografia casalinga. Il font utilizzato simula, infatti, l’aspetto dei caratteri prodotti dalle vecchie macchine da scrivere. Un Courier Prime, forse, o un altro carattere typewriter della famiglia Courier; in ogni caso un font “monospaziato”, a spaziatura fissa, in cui a ogni lettera viene assegnata la stessa quantità di spaziatura orizzontale sul foglio.

    Oltre al carattere, colpisce anche la spaziatura tra una riga e l’altra: è alquanto generosa, inusualmente abbondante.

    Il testo, infine, non è giustificato, ovvero “impacchettato” in blocchi di righe della stessa lunghezza. Scorre invece da sinistra a destra in modo più libero, come una bandiera al vento (in gergo viene infatti chiamato proprio così, a “bandiera”), facilitando la lettura. A questo stile di impaginazione i lettori anglosassoni sono oggi senza dubbio più avvezzi rispetto a noi italiani, anche se non è sempre stato così: c’è stata la volontà di migliorare la leggibilità.

    Anche se non sono dislessica come Refn, ma soltanto affetta da problemi di vista, come più di due miliardi di persone in tutto il mondo, di fronte alle pagine di questo libro tiro ugualmente un sospiro di sollievo. Anzi, accade qualcosa di più: sono pervasa da un senso di gratitudine.

    È come se qualcuno, prima di leggere, mi avesse delicatamente posato sugli occhi due fette di cetrioli, dopo avermi applicato sul viso una maschera rigenerante. Questo qualcuno – un editore premuroso – ha accorciato le distanze tra forma e sostanza, o meglio ha pensato che agire sulla forma fosse indispensabile per poter far penetrare la sostanza attraverso i miei occhi e, da lì, nel cervello. D’altra parte, si tratta del verbo di DeLillo, perbacco. Questo è un libro benedetto. Vogliamo o non vogliamo che sia letto dal più alto numero di seguaci?

    Scommetto che qualcuno sarà inorridito di fronte a queste pagine che a me procurano, invece, tanto giubilo. Tra vintage e démodé il confine è sottile, avranno commentato alcuni. Cos’è questo lezioso ritorno al passato? Una ridicola font “macchina da scrivere”… non sanno più cosa inventarsi. E poi, tutto questo spazio bianco… inquietante.

    Inquietante è che in Italia, a fronte di una flessione nelle vendite dei libri così importante – l’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria” dell’Associazione Italiana Editori parla di 20,7 milioni di euro in meno nei primi nove mesi del 2025 – non si riesca a vedere oltre la necessità di avere “misure di sostegno alla domanda” da parte del Governo.

    Il calo sistematico dei lettori in Italia è dovuto a ragioni molteplici, spesso interconnesse, molte delle quali faticano a essere riconosciute dagli addetti ai lavori per il semplice fatto che li chiamano in causa. Sono frutto di errori e mancanze.

    Tra le più gravi, a mio parere, vi è proprio la cecità del settore di fronte alle fatiche fisiche che l’atto di leggere sempre più comporta da parte di tutti.

    Tanto più che il numero dei lettori, e potenziali tali, per i quali leggere rappresenta una sfida percettiva è cresciuto: ipovedenti, anziani, persone con dislessia o con disturbi oculistici. Parallelamente, la qualità del prodotto “libro cartaceo” si è notevolmente abbassata, anche – ma non solo – per via del rincaro dei costi delle materie prime. Se ancora il mercato si ostina a proporre libri stampati con caratteri minuscoli e interlinea inesistente, considerati ormai illeggibili da un’importante fascia di popolazione, il tutto su carta scadente effetto “velina”, è evidente che si dimostra indifferente ai bisogni primari del lettore, tra i quali vi è, in testa a tutti, l’esigenza di poter esercitare le sue facoltà di lettura su libri leggibili.

    Secondo numerose ricerche, la lettura, insieme al riconoscimento dei volti, è l’attività quotidiana correlata alla visione che richiede il livello più alto del visus per essere svolto normalmente. Come evidenzia l’Associazione Lettura Agevolata, che porta avanti da anni progetti di sensibilizzazione verso la leggibilità dei testi in tutti gli ambiti e settori, “diversi studi indicano che il 90% delle persone che vedono meno di 5/10 ha una ridotta capacità di lettura di testi di dimensioni correnti. Un livello lieve di ipovisione non conferisce consistenti diritti legali, ma limita comunque in misura più o meno grave la lettura, una fondamentale attività della vita quotidiana.”

    Nel mondo dell’istruzione e dell’editoria scolastica, così come in diversi ambiti della comunicazione, la leggibilità è considerata ormai un criterio decisivo, dal quale non si può prescindere quando si progettano contenuti. Gli editori italiani di narrativa continuano, invece, ad andare in direzione contraria. Aprire finalmente un dibattito pubblico sul tema potrebbe forse incoraggiarli a riflettere.

  • [fùn-go] – una favola cronica. In scena a Campo Teatrale lo spettacolo finalista del Theatrical Mass.

    Ieri si è aperta la nuova stagione di Campo Teatrale, vivace realtà del circuito milanese che si impegna da tempo nella promozione di compagnie emergenti e nuovi talenti.

    Una delle loro iniziative più interessanti è Theatrical Mass, progetto che mette al centro l’interazione e il dialogo tra artisti e pubblico: attraverso un bando annuale, vengono selezionati i migliori lavori da sottoporre – sotto forma di estratti – al pubblico e a una giuria formata da un gruppo di spettatori, i “Teatricoltori”. Questi ultimi sono chiamati a valutare non soltanto quanto hanno visto ma anche i contenuti dell’intero progetto artistico, discutendo della sua possibile evoluzione insieme agli artisti, in un momento di approfondimento prezioso per entrambi.

    [fùn-go] – una favola cronica, di Redini, Rizzo e Scalet, non è il progetto vincitore di Theatrical Mass ma è stato il secondo lavoro più apprezzato dal pubblico e dai Teatricoltori.

    Lo spettacolo ha mantenuto le promesse: è una delicata “favola cronica”, come preannuncia il titolo, che ci accompagna con il linguaggio della metafora verso l’esplorazione di una metamorfosi irreversibile. Una donna si trasforma lentamente in fungo, sotto gli occhi – e le mani – dapprima increduli, sconcertati, poi via via complici, amorevoli e simbioticamente partecipi del suo compagno.

    Ma come si diventa funghi, e soprattutto come si vive da funghi?

    Sopravviverà qualcosa di noi, che ne sarà delle nostre radici? Saranno recise per sempre? Saremo “noi e il fungo”, costretti a stare incollati l’uno all’altro? Ci toccherà accettare di dover dipendere dall’altro, da un vegetale per giunta? Oppure l’altro ci fagociterà, ci incuberà dentro di sé e arriveremo al punto in cui non riconosceremo più la voce della nostra coscienza?

    Forse perderemo i contatti con la realtà, per come la conosciamo. O semplicemente la percepiremo in modo diverso, come quando nuotavamo nel liquido amniotico. O forse non ha senso cercare di immaginarcelo, accadrà e basta, come successe un giorno alla principessa Mirra, che gli dei trasformarono in un albero. E quando la metamorfosi sarà compiuta, di ciò che eravamo prima resterà soltanto un nome, scritto con la minuscola: mirra.

    A chi prima viveva in simbiosi con noi, in sintonia con il nostro corpo, con la nostra mente, potrebbe non bastare saperci vivi dentro quell’albero che porta il nostro nome, o dietro il cappello di quel fungo che sopravviverà a molte stagioni, insieme a noi, nel nostro giardino. Oppure potrebbe invece spalancare nuove possibilità di vita in comune.

    Diventare fungo è una malattia per la quale non esiste cura, dalla quale non c’è ritorno, ma che non porterà alla morte, per come ce la immaginiamo.

    [fùn-go] – una favola cronica ci chiede infatti, come i miti di Ovidio e la poesia Avevamo studiato per l’aldilà di Montale che sentirete a un certo punto recitare in scena, di affinare i sensi e ritrovarci, ancora una volta, dentro una metafora: un luogo che non esiste ma che pur ci sembra di conoscere così bene, quell’ambiente in cui parole e immagini possono ancora farsi lievi e toccarci, senza ferirci.

    Ho assistito alla prima in compagnia di amici, e a teatro ho ritrovato anche una vecchia conoscenza: gli infaticabili animatori di BooktoMi. Qui trovate il link alle brevi interviste che hanno realizzato a fine dello spettacolo, ci sono anch’io!

    Per saperne di più:

    https://www.campoteatrale.it/fungo-una-favola-cronica/

  • “Il design come attitudine” di Alice Rawsthorn, edizione italiana

    Immaginate un mondo in cui la parola “design” vi richiamasse alla mente progetti di innovazione sociale, economica, politica e culturale, e in cui il significato di questa parola contemplasse quello di “forza creativa capace di cambiare in profondità le nostre vite”, piuttosto che evocare un repertorio sconfinato di cose molto stilose destinate a trasformarsi in spazzatura — destino che è l’essenza di tutti gli oggetti, come diceva Roland Barthes e come ci ricorda Alice Rawsthorn nel suo libro Il design come attitudine, in un capitolo intitolato “Il tramonto degli oggetti”.

    In un tal mondo, il nome di Alice Rawsthorn non suonerebbe familiare soltanto agli addetti ai lavori. E forse oggi, in Triennale, ad ascoltare la presentazione del suo libro, ci sarebbe un pubblico più eterogeneo.

    Quando, una quindicina di anni fa, cominciai a interessarmi al design, a fare ricerca sul lavoro dei giovani designer e a scriverne su alcune riviste, prima del tramonto della carta e agli albori di quella rivoluzione digitale che ha cambiato definitivamente il nostro modo di fare e “consumare” informazione, Rawsthorn, all’epoca columnist del New York Times, era la paladina del social design. Fu anche grazie alle sue autorevoli, illuminanti riflessioni che mi convinsi che le potenzialità del design come “agente di cambiamento”, ancora così sottovalutate, sarebbero state presto riconosciute dall’opinione pubblica. Me ne persuasi a tal punto da dedicarmi per alcuni anni proprio all’esplorazione di questa avanguardia e alla promozione del design thinking e della design innovation. Creai perfino un’ambiziosa piattaforma internazionale – si chiamava Onclaude – che avrebbe dovuto fare da trampolino di lancio per questo tipo di progetti. Fu molto faticoso e difficile e, per quanto sorretta da debordante idealismo, finii per mollare il colpo.

    Non smisi, tuttavia, di pensare al design. Come una storia d’amore sfortunata – ognuno ha avuto le sue – il design mi è rimasto a lungo in testa. Per liberarmene, ho dovuto scrivere a un certo punto un romanzo i cui protagonisti non fanno che dubitare della necessità di progettare alcunché, inclusa la loro vita.

    Non ho però mai smesso di credere che chi pratica il design come attitudine, chi coltiva questo certo modo di pensare e di fare, sia una risorsa di cui il nostro mondo ha molto bisogno, e ne avrà senz’altro sempre più in futuro. Non ho mai smesso di credere che il design sia un’attitudine vincente.

    E mentre ascoltavo Alice Rawsthron rispondere con impeccabile aplomb ai dubbi del pubblico – aleggiava un “ma siamo davvero sicuri che finalmente sia arrivato il nostro momento?”, anche se nessuno avrebbe mai osato porla in questi termini – pensavo che il suo ottimismo adamantino è oggi ancora più necessario di quanto lo fosse dieci anni fa.

    Di ottimismo è pregno il suo libro, che arriva ai lettori e alle lettrici italiane in una curatissima traduzione di Johan & Levi, basata sulla seconda edizione inglese di Design as an Attitude, pubblicata nel 2022. Uscito per la prima volta nel 2018, il libro nasceva come raccolta di alcuni dei più significativi articoli pubblicati all’interno della rubrica “By Design” che l’autrice teneva sulla rivista inglese frieze. Per questa seconda edizione, Rawsthorn ha rivisto, dopo la Pandemia, gli articoli originali.

    Questa nuova edizione è stata aggiornata e integrata con nuovi testi, ma l’obiettivo rimane lo stesso: descrivere quella che ritengo essere un’epoca esaltante per il design, seppur decisamente impegnativa, un’epoca in cui sia la disciplina sia il suo impatto sulle nostre vite stanno drasticamente cambiando (…)

    Il volume, indaga come i designer, professionisti e non, stiano svolgendo questo ruolo in un’epoca eccezionalmente turbolenta e spesso pericolosa, nella ci troviamo a gestire, su molti fronti, cambiamenti di rapidità e portata senza precedenti.

    Tra questi ci sono sfide globali come l’aggravarsi della crisi climatica e dell’emergenza profughi; il dilagare della povertà, del pregiudizio, dell’intolleranza e degli estremismi; il riconoscimento del fatto che molti sistemi e istituzioni che hanno organizzato le nostre vite nel secolo scorso non sono più efficaci; la necessità pressante di ricostruire il nostro mondo dopo la devastante pandemia da Covid-19, proteggendola da pandemie future, e il flusso di tecnologie sempre più complesse che promettono di trasformare la società, anche se non sempre in meglio. Il design come attitudine racconta come i design stiano reagendo a tutto questo (…)

    Il titolo Design as an Attitude è un omaggio a László Moholy-Nagy, l’eclettico artista ungherese che dopo essere stato attivo all’interno del movimento costruttivista nel suo paese natale, visse l’epoca d’oro del Bauhaus in Germania (insegnò a Weimar e Dessau dal 1923 al 1928); lavorò tra Parigi e Londra negli anni in cui emergeva il Modernismo e si stabilì infine, alla fine degli anni Trenta, a Chicago, dove diresse inizialmente il New Bauhaus, per poi fondare l’Institut of Design.

    Rawsthorn si rifà al concetto di “design attitudinale” che Moholy-Nagy aveva pionieristicamente illustrato in Vision in Motion, il libro di una vita la cui scrittura lo impegnò fino al giorno della sua morte. Tutti i problemi del design, diceva Moholy-Nagy, si fondono su un unico grande problema: il “design per la vita”.

    In una società sana, il design incoraggerà ogni singola professione e vocazione a fare la propria parte, perché è il grado di correlazione tra le diverse discipline a plasmare l’essenza di ogni civiltà.

    Ispirata da queste grandi verità, non posso fare a meno di chiedermi perché, ancora oggi, i nostri governi, i nostri politici, chi ci amministra, fatichino ancora così tanto ad accogliere i designer tra le fila di chi dovrebbe progettare, insieme a loro, la vita in comune. In società, appunto.

    Rivolgo quindi la domanda a Rawsthorn, nel corso della presentazione, chiedendole di offrirci qualche esempio riuscito di collaborazione tra designer e pubblica amministrazione. Rawsthorn risponde citando l’interessante lavoro svolto dalla sociologa Hilary Cottam, che in Inghilterra ha provato a reinventare lo stato sociale con la sua organizzazione Participle. La sperimentazione è stata portata avanti con successo per circa un decennio e ha lasciato il segno. Peccato che sia stata interrotta nel 2015 per mancanza di finanziamenti.

    Cambiano i governi, cambiano i cosiddetti decision makers, cambiano le regole del gioco. Le sfide del designer stanno certamente anche nel sapersi adattare a questi mutamenti.

    Ma il buon design che migliora la vita dei cittadini, mi trovo a pensare mentre torno a casa, non potrebbe semplicemente restare?

    I brutti palazzi progettati male restano in piedi eccome, penso guardandomi intorno. Non sono più desiderabili, non ci servono più, eppure non tramontano mai. Questa lotta per la sopravvivenza tra gli oggetti di cui parla Rawsthorn segue forse leggi più oscure di quelle darwiniane.

    La citazione in evidenza è tratta da I”l design come attitudine” di Alice Rawsthorn, pubblicato da Johan & Levi editore. Copyright © 2025 Johan & Levi

    La foto l’ho scattata durante la presentazione del libro alla Triennale di Milano il 17 settembre 2025.

  • Guerra alle parole. Perché i rapper Kneecap e Bob Vylan fanno così paura a UK e USA

    Negli ultimi mesi, l’establishment politico e mediatico in Inghilterra e negli Stati Uniti è stato molto impegnato a ingaggiare un’imprevista “guerra per la pace” che li ha visti più uniti che mai.

    È risaputo che i giovani cittadini britannici e americani sono particolarmente dediti a certune attività ricreative. Per esempio, partecipare in massa a festival musicali che, per quanto incredibilmente redditizi per chi li organizza e per i territori che li ospitano, hanno pur sempre l’effetto collaterale di far rimbalzare strani grilli da una testa all’altra. Ai concerti i giovani finiscono con lo stare vicini vicini. E c’è chi pensa che potrebbero trovarsi disarmati di fronte al contagio di uno o più devastanti morbi.

    Al momento, in Gran Bretagna e in USA i nemici da combattere sono due: i Kneecap e i Bob Vylan.

    I primi sono un trio hip hop di Belfast, nel mirino della polizia antiterrorismo britannica per il loro supporto alla causa palestinese, ma già da tempo sgradito anche per gli irriverenti “recap”, i riassuntini con cui ricordano al pubblico le malefatte dell’imperialismo britannico.

    Come se non bastasse, cantano prevalentemente in gaelico e osano fare perfino di più: cominciano una frase in British English, la lingua dei colonizzatori (li chiamano così, sdoganando un termine ancora scomodo); proseguono in anglo-irlandese e finiscono con l’antico nobile idioma, da loro arricchito di strabilianti neologismi, vedi in particolare alla voce “MDMA”. Non mancano tributi qua e là all’American English, la lingua dei rapper neri ma anche di quelli bianchissimi come loro, che hanno amato da piccoli. Eminem senz’altro, tanto che nello spassoso Kneecap di Rich Peppiatt interpretano se stessi proprio come fece il rapper di Detroit nell’indimenticabile 8 Mile più di vent’anni fa. Il film, un divertente biopic sui generis, è uscito l’anno scorso ma è arrivato nelle nostre sale soltanto in questi giorni; in Italia, dopo tanti premi internazionali, ha vinto il Generator +18 al 55° Giffoni Film Festival. Il padre di uno dei membri del trio, interpretato da Michael Fassbender, dice a un certo punto al figlioletto e al suo amico del cuore che poi diventerà compagno di palco: «Ogni parola di irlandese è un proiettile per la libertà».

    Uno dei pezzi migliori dei Kneecap, una dichiarazione d’intenti trascinante, incendiaria, traboccante di satira sociale e di autoironia, si intitola H.O.O.D, “teppistello”(Low-life scum, that’s what they say about me – “feccia di bassa lega, è quello che dicono di me”).

    I’m a H.O.O.D
    Low-life scum, that’s what they say about me
    ‘Cause I’m a H.O.O.D
    Low-life scum, that’s what they say about me

    A dog with a job, ah, what the fuck is that?
    When our poor Micky’s just sitting in the flat
    Sipping on his cans and smoking rollies
    ‘Cause all the best jobs are taken by doleies
    20 black, yeah craic! And mo spliff achan lá
    Beat the fash then the sesh, get that note off my car
    Isteach anois, hide the stash, mugged her purse san áit
    Ach ar dtús, cúpla líne, sula n-éiríonn seo aisteach

    Jah, it’s gonna be a bloodbath

    It’s gonna be a bloodbath, “sarà un bagno di sangue”. E così è stato: con i loro testi, video e proclami sul palco hanno fatto una mattanza.

    Metaforicamente parlando, si intende. Forse è bene specificarlo, oggi che le metafore risultano sempre più indigeste a molti. In particolare, a chi vorrebbe rivendicarne l’esclusivo usufrutto, cioè ai politici, conservatori o progressisti che siano, di tutto il mondo, Italia compresa. Perché è pur vero che le metafore possono illuminare le menti, ma anche ottenebrarle per renderle più malleabili.

    Premetto che ho anch’io un rapporto controverso con questa figura retorica. Sono abbastanza allergica all’uso delle metafore nella lingua letteraria e più in generale nella narrativa contemporanea, a meno che non sia ponderatissimo – d’altra parte non vengono mica bene a tutti come a Bolaño. Mi piace però quando le metafore si infilano in modo intelligente nel linguaggio dell’arte, della musica, del teatro; in tutto ciò che è act, un’azione che viene performata su un palco, in cui qualcuno è se stesso ma pure qualcun altro. Mi piace l’idea della metafora incarnata.

    Ai conservatori britannici, le metafore dei Kneecap danno invece il voltastomaco perché li toccano da vicino. Anzi, direi che li tamponano da dietro a grande velocità e con grandi scoppi di risa. Il pubblico si gode la scena. «Un conservatore buono è un conservatore morto: uccidete il vostro deputato locale», pare abbiano detto in un loro concerto nel 2023. Sono gli stessi che si autoproclamo “feccia di bassa lega”. Chi mai li prenderebbe alla lettera?

    Il pubblico è lì perché ha accettato un patto, come a teatro, come quando comincia a leggere un romanzo. Se l’approccio al linguaggio usato da chi scrive canzoni, di qualsiasi genere, non fosse capito e condiviso da chi le ascolta, dopo ogni concerto di musica metal, dagli anni Sessanta a oggi, per fare un esempio al di fuori del contesto rap, ci sarebbero state e ci sarebbero tuttora orde di teenager sanguinari smaniosi di spaccare la testa a chiunque capiti loro a tiro.

    Lo sanno bene anche i conservatori britannici, consumati oratori politici. Ma la portata di quel Kill your MP (“Uccidi il tuo parlamentare locale”) ha finito per essere ingigantita alla luce delle esternazioni pro Palestina che il gruppo non ha mai smesso di fare nei vari tour in Gran Bretagna e, lo scorso aprile, anche sul mastodontico palco del Coachella, il festival musicale americano più seguito. It’s a f***ing joke, si è trattato di uno scherzo, una battuta satirica, ha dichiarato la band a proposito della frase del 2023. I tre hanno anche ricordato che sul palco interpretano dei personaggi ma “Il punto è che nessuno si è preoccupato di quella frase fino a quando non abbiamo detto ‘Free Palestine’ a Coachella”.

    È finita che la Metropolitan Police, che li stava indagando per il Kill your MP, ha poi deciso di non procedere oltre. In compenso, il più giovane membro della band, Mo Chara, nome d’arte di Liam Óg Ó hAnnaidh, 27 anni, è stato messo sotto processo per terrorismo dopo aver sventolato, secondo l’accusa, una bandiera di Hezbollah che un fan avrebbe gettato sul palco durante un concerto a Londra. Il giovane si è presentato alla corte di Westminster lo scorso 20 agosto, accolto da una folla di fan e sostenitori. L’udienza è stata rinviata al 26 settembre e intanto il trio ha cancellato il tour previsto negli States, anche perché, dopo l’esibizione a Coachella, il governo americano ha revocato loro il visto e non è chiaro se abbia intenzione di concederglielo in futuro.

    Gli Stati Uniti hanno revocato il visto anche a un altro potenziale “nemico” Made in UK: Bob Vylan, duo punk rap londinese che come i Kneecap ci ha messo la faccia e non si è risparmiato nel denunciare il genocidio in Palestina. Provenienti da un paese formalmente “amico”, l’Inghilterra, ma al momento assai sgraditi in casa propria, i Bob Vylan sono stati scaricati dagli agenti che li sponsorizzavano negli USA.

    C’è ancora di mezzo l’esibizione sul palco di un festival. Questa volta si tratta di Glastonbury, in diretta sulla BBC. Le parole controverse sono quelle di un coro intonato insieme al pubblico: Death to the IDF, “Morte all’IDF”. Sia gli organizzatori del festival sia la BBC lo hanno definito “antisemita”; i Bob Vylan sono stati indagati, e sui media britannici si è scatenato un tornado. Come se, nelle parole dei Bob Vylan, la storia importante da coprire fossero loro, l’esibizione a un festival e un coro intonato contro l’esercito israeliano, piuttosto che i crimini perpetrati in Palestina nell’indifferenza generale del governo. “Più tempo spendono a parlare di Bob Vylan e meno tempo spendono a rispondere del loro immobilismo criminale”, scrivono nella dichiarazione qui sotto.

    In merito all’accusa di antisemitismo, come ben dice l’editorialista del Guardian Owen Jones, suona più offensivo assimilare il popolo ebraico nel suo complesso a un esercito “le cui azioni hanno indotto la corte penale internazionale a emettere un mandato di arresto per Netanyahu e per il suo ex ministro della Difesa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

    Jones titola così un articolo uscito a suo nome ai primi di luglio: Welcome to Britain 2025: where a musician’s words cause more outrage than the murder and horror in Gaza, “Benvenuti nella Gran Bretagna del 2025, dove le parole di un musicista causano più indignazione dei crimini e degli orrori di Gaza”. Lo spostamento dell’attenzione da parte del governo e dei media è, a suo parere, deliberato. “È quello che è”, scrive, “una campagna di distrazione” che vuole oscurare “la complicità della Gran Bretagna nel crimine del secolo”. Tanto più che si vuole passare sotto silenzio, aggiunge, il fatto che i cittadini britanni arruolati nell’IDF non siano stati indagati per i crimini di guerra compiuti a Gaza.

    La storia della censura in cui sono incorsi i Bob Vylan, così come i Kneecap – perché del tentativo di silenziarli, di fatto, si tratta – ci racconta che mentre muoiono decine di migliaia di persone a Gaza, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si dispiegano forze non indifferenti per fare guerra all’uso figurato di una parola scomoda solo sulla carta: la parola “morte”.

    Per saperne di più:

    https://www.kneecap.ie/

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/01/britain-musician-gaza-glastonbury

  • Letizia Battaglia, o del talento della giovinezza.  Una mostra “Senza fine” a Palazzo di Città, Cagliari

    Non è la prima volta che gli scatti di Letizia Battaglia arrivano in città. Nel 2018, quattro anni prima di morire, la grande fotografa palermitana era stata invitata ad aprire il festival letterario Pazza Idea, il cui tema era il “Femminile plurale”. Ora la Regione Sardegna le dedica un tributo ospitando, in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti, la grande retrospettiva Senza fine, proposta in precedenza a Roma, Reggio Calabria e Aosta.

    Avevo già visto i lavori più iconici di Battaglia in altre esposizioni in Italia e all’estero, ma questa è la prima mostra monografica che ho avuto l’occasione di visitare da quando la fotografa ci ha lasciati nel 2022.

    Bello l’allestimento che omaggia anche l’architetta Lina Bo Bardi (1914-1992) e i suoi “cavalletti” di cristallo, su cui sono installate fotografie bifacciali di grande formato. Intense e dense di racconti di vita e spunti di riflessione le due video interviste, di mezz’ora circa ciascuno, (ri)proposte all’inizio e alla fine del percorso: Amore amaro di Francesco G. Raganato, documentario girato nel 2012, primo episodio della serie Fotografi, andato in onda su Sky Arte; La mia Battaglia di Franco Maresco, del 2016, nel quale la fotografa, all’epoca ottantunenne, appare più stanca e malinconica, seppur sempre combattiva, incapace di rinunciare al suo ottimismo. Un ottimismo irrazionale, come lei stessa riconosce, ma consapevole: non si può certo negare che il mondo sia pieno di brutture, e che lo sia la sua amata Palermo, non abbastanza “pazza”, come dice lei, per trovare il coraggio di eradicare le ingiustizie.

    Ma Letizia Battaglia è una donna a cui la vita ha donato il talento, mai rinnegato, della giovinezza. D’altra parte, come racconta nel primo documentario, ha cominciato ad “appartenersi”, a sentirsi comoda nei panni di sé stessa, non prima dei quarant’anni, quando ha iniziato a lavorare come fotografa.

    La sua storia ricorda quella di numerose altre donne, artiste divenute poi celebri come lei oppure destinate a rimanere sconosciute, così come di molte donne comuni, che soltanto da un certo punto in avanti hanno avuto l’ardire di cominciare a vivere come più desideravano. Quantomeno provarci.

    È capitato ad alcune delle nostre nonne e madri; è capitato e capita ancora oggi a noi, che ci siamo dette “Meglio tardi che mai” mentre giravamo l’angolo a un nuovo bivio esistenziale; forse continuerà a capitare alle donne di domani, nonostante sempre più giovani arrivino all’età adulta con maggiore consapevolezza di sé, delle proprie inclinazioni, attitudini, passioni. Soprattutto, con le idee più chiare su come affrontare l’avventura della vita.

    Le donne che Battaglia ritrae sono spesso imprigionate in ruoli che sono stati assegnati loro dalla società patriarcale, un sistema di regole non scritte da cui si esige sottomissione e fedeltà omertosa, proprio come la mafia, così come dal luogo stesso in cui queste donne  nascono e crescono, inteso non solo come territorio geografico – un determinato Paese, una città specifica, un quartiere in particolare – ma anche come Stato.

    Parlano di questo molti dei ritratti esposti, e le didascalie che li accompagnano, a partire da quello scelto per il manifesto della mostra Senza fine, in cui una giovane nobile fa la seduttrice offrendo il collo nudo al ballo della festa di Capodanno a villa Airoldi. Ci sono anche la “sposa ricca che inciampa sul velo” davanti alla chiesa di Casa Professa a Palermo; la signora con il bicchiere in mano al “ricevimento aristocratico in giardino con volpe morta”; Silvia che “prende il sole mentre Franco Zappa” in campagna, nuda e bellissima; la madre dei bassifondi palermitani ritratta nel suo tugurio con i bimbi nudi ai piedi e il neonato con il braccino fasciato in braccio perché “troppo stanca, non si era svegliata, mentre un topo gli rosicchiava un dito della mano sinistra”; la bucolica “Ricamatrice” di Montemaggiore Belsito; la “Bambina lavapiatti” di Monreale, e molte altre.

    C’è infine Rosaria Schifani, alla quale la Storia ha assegnato un ruolo epocale: per sempre sarà la “vedova dell’agente di scorta Vito, ucciso insieme al giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed i suoi colleghi Antonio Mortinaro e Rocco di Cillo”. Il suo è l’unico ritratto esposto da solo, al centro di una stanza vuota.

    Rosaria ci parla in silenzio, con gli occhi chiusi, per farsi più vicina a noi, per permetterci di sentire il suo corpo spezzato a metà dalla luce e dalle tenebre. Vita e morte. Speranza e disperazione. Non voglio vendetta, voglio giustizia, continuerà a ripetere.

    Il suo è il ritratto più potente esposto in queste sale, senz’altro uno dei più riusciti in assoluto della fotografa, che ha saputo emancipare la donna dal suo ruolo: il significato profondo di questa fotografia trascende il lutto che l’ha colpita, la tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia, sulla comunità, sulla città di Palermo, sull’Italia intera che quel 23 maggio 1992  ha perso la sua battaglia contro la mafia lasciando che l’abominio della strage di Capaci si compisse. Il suo volto racconta, con il linguaggio universale dell’arte, una spaccatura che ognuna di noi, in misura diversa, si porta dentro.

    Ho voluto soffermarmi qui sui ritratti femminili di “Senza fine”. Tuttavia, nelle fotografie esposte, e in molte altre dell’Archivio Letizia Battaglia, gli uomini di certo non mancano. In particolare nella serie “Mafia, antimafia e cronaca nera”. Figurano come morti ammazzati, soprattutto. È la stessa Battaglia a sottolinearlo in una delle video interviste proposte. Tra i pochi “caduti” che il suo obiettivo non ha catturato c’è proprio Falcone, che Battaglia non ha voluto fotografare da morto. Anche per questo, il meraviglioso ritratto del giudice da giovane che ci troviamo di fronte nelle ultime sale dell’esposizione, ci riempie di energia, idealismo e – irrazionale – ottimismo. In comune, Falcone e Battaglia avevano tanto, ma soprattutto una cosa: il talento della giovinezza.

    Per saperne di più:

    https://sistemamuseale.museicivicicagliari.it/letizia-battaglia-senza-fine/

    https://www.archivioletiziabattaglia.it/

    Le foto qui pubblicate, compresa la cover (un’immagine del documentario Amore Amaro), le ho scattate alla mostra. Le fotografie esposte sono di Letizia Battaglia, tutti i diritti riservati.

  • Ridere di gioia e soccombere alla tristezza a Marrakech

    “Perché avete ucciso vostro marito?” In lacrime, la moglie di Chaloula, interrogata dal commissario nel racconto “Il mostro di Frankenstein” (Le mostre de Frankenstein) di My Seddik Rabbaj, confessa che avrebbe voluto soltanto renderlo docile e incapace di alzare la voce “come un morto”.

    A compiere tale innocente miracolo sarebbe dovuto servire l’impasto acquistato da una vecchia guaritrice, che una sera la donna propina a cena al consorte. Ingurgitarlo gli sarà fatale, non tanto perché il cibo fosse avariato, e lo era senz’altro visto che si trattava di resti levati di bocca a un morto riesumato dal cimitero, secondo la “ricetta” della vecchia venduta come infallibile; piuttosto, si scoprì che il morto era un incantatore di serpenti (o di folle?) che una notte aveva dimenticato di rimuovere il veleno dalle fauci del suo amico rettile; il serpente ne aveva dunque approfittato per morderlo a tradimento alla nuca. Il miracolo promesso dalla vecchia si era trasformato così in inesorabile disgrazia. Veleno e antidoto sono, d’altra parte, parenti.

    In questa raccolta di racconti, la ville joyeuse mostra un volto dolente e beffardo. L’ocra si sporca di nero e la macchia si allarga inghiottendo le speranze dei suoi abitanti e non solo. La città attira e respinge anche me, che non vi ho mai abitato ma che ho imparato ad amare e odiare da viaggiatrice.

    Marrakech mi elettrizza e allo stesso tempo mi rende nervosa, con quel traffico ostinato capace di coprire ogni rumore a parte il canto del muezzin del minareto della Koutubia e il suono incessante del pungi degli incantatori di serpenti della piazza Jemaa el-Fna. Meglio Essaouira e la musica del suo oceano. Ma a distanza di mesi, con questo libro in mano, mi ritrovo a ripensare con nostalgia a quel fracasso.

    Chi mai oserebbe, si chiede nella Prefazione lo scrittore Yassin Adnan, curatore di questa raccolta di quindici racconti ambientati nella “città rossa”, tessere una trama oscura attorno al cuore di un luogo deputato da sempre all’allegria e alla dolcezza di vivere?

    Farlo in modo convenzionale, pretendendo di far rispettare a scrittori e scrittrici di una città come questa le regole di un genere, il noir, che da queste parti non è molto praticato, sarebbe un’impresa fallimentare. Lo stesso Adnan, quando deve tessere la sua “trama oscura”, lo fa a modo suo, servendosi di uno humour tagliente, come già fa presagire il titolo del racconto che porta la sua firma, “Una e-mail dal cielo” (Un e-mail du ciel).

    Scritto in arabo e tradotto in francese da Catherine Charruau per l’edizione marocchina del volume, pubblicata nel 2020 dalle Éditions du Sirocco di Casablanca – l’edizione originaria, del 2018, è della casa editrice americana Akashic Books – è la storia di una divertente beffa dal tragico epilogo, nata tra le postazioni di uno cyber caffè frequentato da adolescenti creduloni, pieni di speranze verso il futuro. Una satira sull’ortodossia religiosa e sul fanatismo, in cui un ragazzo musulmano aspirante cristiano si indottrina su internet per farsi bello agli occhi di una ragazza nigeriana e per facilitarsi la vita, così crede, da futuro emigrato; per vendicarsi di un compagno di chat bigotto e spione che ha raccontato tutto a suo padre, comincerà a inviargli mail “sante” facendogli credere che siano state spedite direttamente da un angelo, fino a indurlo a compiere un gesto folle, per quanto innocuo, sulla piazza pubblica. A Jemaa el-Fna, vestito di bianco da capo a piedi, dopo aver terrorizzato i turisti facendo proclami contro gli infedeli, finirà arrestato dalla solerte polizia marocchina, davanti agli occhi ormai costernati del “fratello” che gli aveva sortito l’inganno.

    Di ironia amara sono intrisi diversi di questi racconti, che in realtà hanno poco altro in comune, diversamente dalle storie, spesso simili tra loro, della tradizione e delle leggende popolari raccontate in cerchio dagli Ḥlaiqi, i performer di Jemaa el-Fna.

    Oltre all’ironia, che in rari casi si fa cinismo e arriva al sarcasmo, mentre in altri si mantiene fin troppo leggera, ad accomunare alcune delle storie incluse in questa raccolta è la mistificazione continua della realtà operata dai suoi personaggi: la verità si traveste da menzogna e viceversa, i brutti ricordi e i traumi si trasformano in aneddoti, il succo della storia, persino quello della propria vita, si perde e si ritrova tra fatti, enigmi, scandali, pettegolezzi e malintesi fatali. Gli abitanti di Marrakech hanno d’altra parte la fama di chi si ostina a colorare la realtà, per tenere fede al mito della città, o forse per esorcizzare l’immancabile malinconia che ti pugnala alle spalle in pieno giorno, quando la gioia della notte evapora come i fumi del kif. Gli abitanti di tutta una vita, si intende, o di chi vi ha trascorso degli anni o anche solo pochi folli giorni a rincorrere i propri sogni, come Patti, la ricca collezionista d’arte americana invaghitasi del Pacha negli anni Trenta, di cui Mohamed Achaari ci racconta la controversa storia in “La mummia di Dar-el-Pacha” (La momie de Dar el-Pacha).

    Quanto Patti ritornò a Marrakech, più di quarantacinque anni dopo il dramma della sua prima visita, fu per curare una ferita che le aveva avvelenato la vita. Per anni aveva coltivato nella memoria un giardino verdeggiante dove crescevano alberi frondosi, di legno duro, tra i quali nessuna pianta inopportuna si era mai insinuata. Aveva sempre pensato che le nostre disgrazie infestano i luoghi in cui le abbiamo vissute, e allo stesso modo infestano la nostra memoria: l’unico modo per spazzarle via è riconciliarsi con i luoghi che sono state teatro di quelle disgrazie, cancellando le ultime tracce dolorose che vi sono rimaste (estratto da La momie de Dar-el-Pacha di Mohamed Achaari; traduzione in italiano mia, originale in arabo del Maracco tradotto in francese da France Meyer).

    Scappa dal proprio passato anche Imane, la protagonista del racconto più intenso e cupo di Marrakech Noir, “Una vita spezzata” (Une vie brisée) di Karima Nadir, scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani, co-fondatrice del collettivo 490, che si batte per abolire l’articolo del codice penale marocchino, numero 490 appunto, che criminalizza il sesso al di fuori del matrimonio.

    Il racconto è contenuto nella terza e ultima sezione del libro, intitolata “Oltre le mura” (Au-delà des murs), le cui storie sono ambientate in quartieri periferici che si trovano appunto al di là delle antiche mura della medina. Quello in cui si svolge questa storia si chiama Amerchich e prende nome dall’ospedale psichiatrico per il quale è conosciuto.

    “Per Dio, è ciò che ci vuole a tua madre, Amerchich e nient’altro!” gridò sua madre. Amerchich non è soltanto il nome di un quartiere di Daoudiate. Non è neppure unicamente il nome di un ospedale specializzato in differenti tipi di malattie. È anche un improperio. A Marrakech, Amerchich è diventato una sorta di insulto che si lancia contro il proprio avversario per tacciarlo di imbecillità e follia. Di non essere capace di vivere in società. Tra la gente per bene e normale. Per sua sfortuna, Imane aveva una madre che era stata infermiera prima di andare in pensione. E per la cronaca, conosceva delle persone che lavoravano a Amerchich.

    In questa Amerchich, luogo fisico e simbolico in cui cacciare tutto ciò che la medina non può contenere, neppure celandola nel buio delle sue notti trasgressive in cui tutto è concesso purché serva ad alimentare il mito di Marrakech la “città gioiosa”, Imane ci finisce un giorno dopo aver dimenticato chi sia. Un’amnesia totale, forse frutto dell’abuso di alcool e di haschisch, ma soprattutto della sua fatica di vivere. Ad Amerchich Imane finirà i suoi giorni, suicida.

    A preservare nella memoria la sua storia saranno due amiche, Alice e Sarah, che a questo luogo approdano per motivi ben differenti, l’una psichiatra e l’altra dottoranda in Scienze Umane. C’è, tuttavia, qualcosa che le unisce nel profondo e che le fa riconoscere nella storia dolorosa di Imane. “Ogni volta che entravo in una biblioteca”, racconta Sarah, pensavo a Imane e alla sua passione per la lettura. Spesso la notte, dopo essermi coricata, inseguivo la sua voce nelle pieghe della mia anima”. Anche Alice e Sarah scappano forse da una loro Amerchich, un luogo in cui qualcuno vorrebbe confinarle, ma come Patti, la vecchia americana che da giovane si innamorò del Pacha, hanno deciso di ritornarvi per cancellare le tracce nere della loro tristezza.

    Foto scattata questa primavera al Musée des Confluences (palazzo Dar El Bacha) di Marrakech, che ospita l’installazione fotografica L’invisible dévoilé dell’artista Lalla Essaydi. Nella foto in alto (sempre mia), la Koutubia, l’antico minareto di Marrakech. Anche la foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Una morte a Malta, la storia della giornalista Daphne Caruana Galizia raccontata dal figlio Paul

    Un dottore arrivò a visitarla e quando vide il libro che stava leggendo esclamò ‘ “Allora la chiamerete Daphne, così diventerà una scrittrice?”

    I miei nonni risero. Ma quando il dottore se ne andò, stettero in silenzio, ci rifletterono su e poi concordarono sul fatto che Daphne fosse un bel nome.

    Le suore non ne furono contente. Non c’era una Daphne nella Bibbia, non esisteva una Santa Daphne, non c’era nessuna in famiglia con questo nome. E, in ogni caso, le donne non diventavano scrittrici a Malta. Li misero in guardia che all’anagrafe non avrebbero accettato quel nome perché non era cristiano. Daphne era una ninfa greca, una figura del mito e della fantasia.

    Raggiunsero un compromesso: il nome della bambina sarebbe stato Daphne Anne. Maltese e non maltese.

    (Un breve estratto da A death of Malta, Penguin Books 2024, traduzione mia)

    Dieci giorni prima di essere assassinata, il 16 ottobre 2017, per aver rivelato i torbidi retroscena della privatizzazione della società elettrica maltese, un intreccio mafioso tra lo Stato e il principale gruppo imprenditoriale del Paese, o giornalista Daphne Caruana Galizia racconta in un’intervista che per lei scrivere era sempre stata una compulsione.

    È la parola che, sospetto, chiunque non possa fare a meno di scrivere userebbe per definire il proprio rapporto con la scrittura, soprattutto se ha preso il “vizio” da piccolo. Io non saprei come definire il mio, se non appunto così. Una compulsione che impari a disciplinare, ma che ti caratterizzerà per sempre come persona, nel bene e nel male. E come i vizi peggiori, ti porta ad acquisire un certo tipo di postura. Fisica ma anche mentale. Un modo di guardare ciò che ti circonda come qualcosa di necessariamente altro da te.

    “Non mi sono mai sentita al mio posto, qui”, confessa Daphne in quell’intervista. Spiega che la sua prospettiva era quella di chi guarda al proprio paese dall’esterno, come farebbe un antropologo, che osserva l’oggetto della sua indagine dal di fuori.

    Nell’accingersi a scrivere A Death in Malta, “Storia di un assassinio e di una famiglia che cerca giustizia”, Paul Caruana Galizia, uno dei tre figli maschi di Daphne – il minore – si rende conto di non aver capito l’”essenza” di sua madre, il suo vivere da outsider. Decide quindi di partire proprio da questo aspetto della sua personalità per raccontare chi era, perché aveva cominciato a scrivere e perché lo Stato maltese ne ha permesso l’omicidio creando un clima di impunità nell’isola.

    Divenuto anche lui giornalista investigativo, come il fratello Matthew, che poco prima dell’assassinio aveva lavorato con la madre ai Panama Papers, scrive un bel libro che non è soltanto un’inchiesta giornalistica sulle trame della corruzione a Malta, ma come ben coglie una recensione del Sunday Times citata nel frontespizio, “si legge come un thriller, una detective story e il testamento di una vita e del lavoro di una donna straordinaria”.

    Paul racconta che in una torrida giornata di agosto in cui faceva troppo caldo per uscire, una ancora giovanissima Daphne – aveva avuto il primo figlio a 21 anni – sfogliava i giornali mentre era “bloccata a casa con noi tre”. Negli anni Novanta quei giornali erano “come i suoi figli”, ammette: maschi e con niente di interessante da dire. E questo nonostante, a partire dal 1987, quando i nazionalisti sconfissero i laburisti alle elezioni, la cattolicissima e tradizionalista Malta avesse cominciato ad aprirsi all’Occidente.

    Quando disse a un’amica che voleva scrivere sui politici del suo paese, criticarli ed esporli all’opinione pubblica, e questa le rispose che sarebbe stato troppo scioccante per Malta, Daphne rispose ottimisticamente che si trattava di “una cosa perfettamente normale, fuori da questo piccolo scoglio”.

    Ma tu vivi in questo piccolo scoglio, replicò l’amica. Ma questo non significa questo piccolo scoglio sia un posto speciale, ribatté lei. Non ci consideriamo forse europei? Allora, concluse, non possiamo dire: “Questo a Londra o a Roma si può scrivere, ma non a Valletta”.

    Paul capisce che Daphne aspirava ad avere libertà di espressione in un luogo in cui non era mai stata concessa e neppure desiderata. Il patriota maltese che andò a Londra nel 1835 per reclamare la libertà di stampa, ci racconta, riconobbe che il paese la desiderava soltanto in parte. Pensava che una totale libertà sarebbe degenerata in immoralità e avrebbe indisposto la Chiesa, che controllava uno dei due organi di stampa presenti sull’isola. L’altro apparteneva all’amministrazione coloniale, e quando quest’ultima abolì la censura, prima di quanto accadde in molti altri paesi, promulgò però anche una legge di diffamazione “piuttosto sensibile alle questioni religiose”. Così Malta introdusse una relativa libertà di espressione quando negli altri paesi non ve ne era nessuna, ma mentre gli altri in seguito emanciparono il giornalismo dal giogo della censura politica, Malta si guardò bene dal farlo. La cultura maltese ha continuato nel tempo a dare poco valore alla libertà di espressione e Daphne, spiega Paul, non lo sopportava: per questo, lei che credeva profondamente nell’Europa e si considerava “maltese e non maltese” allo stesso tempo, era così impaziente. Voleva vedere un cambiamento non soltanto nella classe politica ma anche nella gente comune, a tutti i livelli.

    Una prima edizione di Death of Malta è stata pubblicata nel 2023. Nel 2024 Paul Caruana ha aggiornato l’epilogo, con gli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio della madre, che quattrocento chili di tritolo nascosti sotto il sedile della sua Peugeot 108 fece saltare in aria, a pochi metri da casa, otto anni fa. A oggi, sono stati arrestati gli esecutori, gli intermediari e il presunto mandante (o uno dei?), il maltese Yorgen Fenech.

    Rampollo cocainomane di una delle famiglie di imprenditori più potenti dell’isola, già arrestato per possesso di droga a Huston in Texas, dove stava andando a disintossicarsi, dopo essere stato beccato a sniffare su un volo intercontinentale; magnate del gioco d’azzardo, della speculazione immobiliare e delle partite di calcio truccate, indagato nel 2019 anche dalla Procura di Catania nell’inchiesta “I treni del gol”, Fenech è soprattutto il tycoon del gas che all’epoca dell’omicidio di Daphne era uno dei tre direttori di ElectroGas, consorzio di cui faceva parte la società dell’Azerbaijan Socar, a cui era vincolata da un contratto di fornitura di 18 anni: dagli azeri acquistava a caro prezzo gas che poi rivendeva maggiorato a Enelmalta, società pubblica legata a sua volta da un contratto esclusivo con ElectroGas.

    Daphne e suo figlio Matthew, grazie ai leaks dei Panama Papers, avevano scoperto e reso pubblici i dettagli di questo contratto incredibilmente svantaggioso che il governo maltese aveva stipulato non certo a favore dei contribuenti maltesi, per i quali si prevedeva invece la perdita di decine di milioni di euro. Un ingranaggio diabolico di scatole cinesi in cui a guadagnarci personalmente erano anche Keith Schembri, ex capo del Gabinetto del governo laburista di Joseph Muscat, e l’ex ministro del turismo Konrad Mizzi, a cui Fenech pagava corpose tangenti attraverso la società off shore 17 Black con sede a Dubai, la cui esistenza era stata intercettata proprio dai Panama Papers a cui aveva dato ampiamente spazio Daphne nel suo blog Running Commentary. Con i soldi sporchi di chi? Degli azeri, ovviamente, che 17 Black provvedeva a spartire.

    L’inchiesta, che ha confermato le tesi di Daphne, è stata chiusa soltanto quest’anno. Schembri e Mizzi sono stati coinvolti nel frattempo anche in un ulteriore scandalo, insieme all’ex premier Muscat: tutti accusati di appropriazione indebita, frode e riciclaggio in relazione alla privatizzazione di tre ospedali pubblici, il cosiddetto “l’affare Vitals” (Vitals Global Healthcare) sul quale per prima Daphne aveva sollevato pesanti dubbi.

    Non finisce purtroppo qui.

    Prosegue infatti il progetto per alimentare la centrale elettrica di Delimara nel sud-est dell’isola, sulla cui costruzione e gestione da parte di ElectroGas Daphne stava indagando, con il nuovo gasdotto Melita TransGas, 158 km di tubi sottomarini tra la Sicilia e Malta. Un progetto da 400 milioni di euro, finanziato dalla UE, di cui ben 85 milioni entreranno nelle tasche di ElectroGas. Il vero nodo attorno al quale ancora si stringono gli interessi di chi voleva la morte di Daphne, e che vincolerà Malta per decenni ai combustibili fossili, impedendo una transizione ecologica verso fonti rinnovabili.

    Ci sarà mai, dunque, spazio per un epilogo positivo?

    I maltesi che credono nella democrazia, nella libertà di espressione, in un’economia più giusta, in una società più equa, riusciranno a invertire la rotta, come avrebbe voluto Daphne, di questa folle e immorale corsa verso una finta modernizzazione di cui beneficiano soltanto i più corrotti, avidi, criminali tra loro? E ci riusciranno i cittadini onesti di tutti gli altri paesi europei complici e, in molti casi, altrettanto corrotti?

    Per saperne di più:
    Daphne Caruana Galizia Foundation

    La foto nella cover l’ho scattata a Medni (Medina), l’antica capitale di Malta, dove ho acquistato una copia del libro A Death of Malta, non ancora tradotto in Italia.

    Leggi anche: Hamrun, poveri e belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

  • Philosophy of the World al Fringe Festival di Edimburgo – Non ci sono solo le tette (ma anche quelle)

    Three is the magic number. Sono stata tre giorni a Edimburgo e ho visto tre spettacoli teatrali, due dei quali, diversissimi tra loro, vedevano tre performer donne sul palco.

    Uno di questi, Philosophy of the World, della compagnia inglese In bed with My Brother, trio inglese anarchico e femminista, è andato in scena in tarda serata alla Summerhall, venue che negli anni ha ospitato compagnie emergenti e lavori teatrali sperimentali tra più interessanti, in alcuni rari casi di grande successo anche oltre i confini del palcoscenisco (le commedie Baby Reindeer e Fleabag sono diventate due famose serie TV).

    Di successo e di fama, di come sia paradossalmente difficile ottenerli quando sei in vita, parla appunto Philosophy of the World, ma anche di talento vero e presunto, e di come sia facile sfruttare il capitale artistico altrui, soprattutto quando si tratta di donne. Il titolo è preso in prestito dall’unico sfortunato album, poi passato alla storia, delle Shaggs, sgangherata band femminile americana anni Sessanta di cui si rievoca la tragicomica esistenza. 

    Ma chi erano davvero le Shaggs, la migliore peggiore band di tutti i tempi? Quale era la loro “Filosofia del mondo”? Cos’hanno da dirci queste tre sorelle capellone del New Hampshire, considerate dal padre predestinate al successo e per questo obbligate a impugnare gli strumenti, fare pratica (sempre con scarso successo) ogni giorno per ore, ed infine esibirsi davanti al pubblico per essere poi fischiate senza pietà?

    Quando entro in sala riconosco subito la musica che apre il primo atto dello show: non è un pezzo delle Shaggs, è Territorial Pissing dei Nirvana! Il mio pezzo preferito della band quando, da giovane, ero una loro fan. Il brano più hard core punk di Nevermind, quello che hanno suonato al loro debutto al Saturday Night Live ed è finita che hanno distrutto tutti gli strumenti. Territorial Pissing è Kurt Cobain che immola le sue corde vocali, lo strazio che si fa catarsi (nostra, più che sua). Ma non finisce qui: è un grido contro il patriarcato, contro la cultura machista della provincia americana che a Cobain faceva venire la gastrite, insieme a molte altre cose. “Never met a wise man, if so it’s a woman”, non ho mai conosciuto un uomo saggio, semmai una donna, canta a un certo punto.

    Certo, penso, Cobain c’entra con le Shaggs perché aveva provocatoriamente dichiarato di essersi ispirato a loro; diceva che Philosophy of the World era il suo album preferito di sempre; si era fatto fotografare con indosso una t-shirt delle Shaggs; grazie a lui e a Frank Zappa, altro insospettabile ammiratore, le Shaggs erano state riscoperte fino a diventare una band di culto.

    Ma a Nora, Dora e Kat, autrici, attrici e performer di questo pazzo show in cui succederà di tutto (alla fine, tette all’aria, stramazzeranno al suolo e non si alzeranno neppure dopo gli applausi) interessa spingere il pubblico oltre questi semplici sillogismi, su cui d’altra parte si fonda ancora l’industria culturale globale: non sei nessuno fino a quando qualcuno che conta, meglio se un artista di sesso maschile, dice al mondo che anche tu sei qualcuno che conta. Meno di lui, chiaramente, ma più di tanti altri. E altre, va da sé.

    Nei primi due atti, Nora, Dora e Kat giocano alle Shaggs  – “noi facciamo loro, voi il pubblico, ok?”, questo il patto iniziale – con tanto di parrucconi ed estenuanti sessioni di calisthenics a cui le costringe il padre per tenersi in forma. Il Padre è un Verbo e si manifesta per lo più attraverso scritte bianche su fondo nero che scorrono sopra il palco, dispositivo geniale che comanda l’azione senza bisogno di dialoghi. Questo Big Brother che impartisce ordini dall’alto alle sue creature, in alcuni momenti, si incarna nello show manager che assiste le tre dalla platea: all’occorrenza viene tirato in mezzo sul palco, sempre per prenderle di santa ragione. Ma ha, per così dire, la pellaccia, e le tre non riescono mai a farlo fuori, nonostante sanguini di brutto (per finta, visto che gli show manager sono figure essenziali e non possono essere trucidati…). Muore ma resuscita svariate volte; in ogni caso, anche quando schiatta definitivamente, torna a tormentare le tre come fantasma. 

    Fino a dove voglia spingersi l’azione lo capiremo soltanto nel terzo atto, in cui una delle bravissime perfomer ci vomita addosso tutte le parole che finora non abbiamo mai sentito uscire dalla sua bocca, o meglio di nessuna di loro. Fino a quel momento, infatti, le tre si sono espresse soltanto a bisbigli, mugugni, grida e movimenti maldestri.

    È un vero rant quello che ci scagliano addosso: un’interminabile invettiva punk femminista, che chiamare monologo sarebbe ridicolo.

    Una tirata velocissima, implacabile, senza esitazioni, che intreccia acutissime riflessioni sul mondo della musica e dell’arte di ieri e di oggi. Parole tutt’altro che campate in aria; saldate, al contrario, da una logica stringente che parte dalle Shaggs e arriva a Tom Cruise, che attualmente detiene i diritti per girare un biopic sulle tre sorelle, passando per Andy Wharol che si rifiutò di restituire il manoscritto della sceneggiatura di Valerie Solanas e per questo si beccò dalla scrittrice  – non “attrice”, come la appellarono i tabloid all’epoca, precisano le Nostre – due belle pallottole nello stomaco, rischiando di rimanerci secco. C’e anche Cobain, che decreta la fama postuma delle Shaggs ma a sua volta viene inesorabilmente schiacciato dal successo.

    Nel corso dei primi due atti, il pubblico non ha fatto che ridere in modo, è il caso di dirlo, fin troppo “plateale”; vuoi perché lo show era senz’altro anche molto divertente, vuoi perché la (semi) nudità femminile sul palco di un teatro suscita sempre sensazioni forti, tra ilarità, imbarazzo, nervosismo, difficoltà a concentrarsi su ciò che viene detto. È inevitabile che lo sguardo cada sulle tette, insomma. Io stessa mi sono ritrovata a fare considerazioni, come spesso mi capita in questi casi, fuori contesto. Ogni volta mi sorprende la varietà di questa parte anatomica femminile, non si può dire che esistano due tette uguali ad altre due. E chissà cosa ne pensava in merito, invece, l’elegante giovane very british seduto di fronte a noi, in compagnia della sua fidanzata.

    Tutto questo è Philosophy of the World. È stato un successo.

    Per saperne di più:

    https://festival.summerhallarts.co.uk/events/philosophy-of-the-world/

    https://www.inbedwithmybrother.com/

    Le foto qui pubblicate sono materiale stampa ufficiale della compagnia In Bed With my Brother

  • Hamrun, poveri ma belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

    Arrivo a Malta da Edimburgo, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale intitolato Make it happen, una satira sul crash finanziario della Royal Bank of Scotland, con il leggendario attore britannico Brian Cox sul palco nelle vesti del fantasma di Adam Smith, padre del capitalismo, che tormenta Fred “The Shred” Goodwin, il tagliatore di posti di lavoro che quella banca, nel 2008, la fece andare a picco, e con lei l’intera Scozia.

    Non mettevo piede sul suolo scozzese dalla fine degli anni Novanta e mi ha colpito vedere che, al netto di boom turistico, gentrificazione e vivacità culturale, permangono grandi contrasti: uno su tutti, la presenza di giovani uomini e donne senza tetto che dormono per strada con i piedi congelati ad agosto e chissà, viene da chiedersi, in che condizioni arriveranno a settembre, considerato il clima non proprio ospitale della capitale scozzese.

    Malta mi accoglie con la sua amabile brezza. Il caldo qui è una garanzia ma non toglie il respiro, mi ricorda piuttosto che siamo in estate, e quasi me ne ero dimenticata. Sono così felice che quasi mi dimentico pure che questo è il paese dei “passaporti d’oro” concessi agli investitori  miliardari, lo stesso in cui un un numero crescente di maltesi vivono in povertà e in cui a quanto pare non sono in molti a potersi permettere una settimana di vacanza all’anno.

    Come spesso mi accade, mi trovo sempre nel posto giusto al momento sfacciatamente giusto o in quello incredibilmente sbagliato; le vie di mezzo non sono contemplate dal caso che si diverte a sorprendermi nei miei viaggi last minute.
    E questo è senza dubbio il momento giusto perché capito ad Hamrun nel fuoco incrociato dei Red Boys e Blue Boys, i due club rivali che si sfidano (amichevolmente) durante le celebrazioni della vivacissima festa di San Gaetano.

    Hamrun è un vecchio borgo di 9000 anime che da queste parti chiamano città, forse perché dista mezz’ora a piedi da una “capitale”, La Valletta, che non ne fa neppure 6000. È uno di quei luoghi che potrebbero far gola ai detentori di “passaporti d’oro”, se come in Make it Happen a qualcuno di loro, un giorno, il fantasma di Adam Smith mettesse in mano le chiavi della città e dicesse: fallo succedere. Gentrifica Hamrun. Ora. You can make it.
    Ma Hamrun, un posto che non può essere inventato perché già, orgogliosamente, esiste, è la prova che resistere all’omologazione, mentre ti globalizzi, è possibile.

    L’integrazione tra working class locale e immigrati di (quasi) ogni parte del mondo, è possibile. La sicurezza e il sentirsi “a casa”, poter camminare per strada a qualsiasi ora del giorno senza che nessuno ti infastidisca, ma al contrario ti saluti con cordialità, ti sorrida con discrezione, si fermi a fare due chiacchiere, è possibile. La pulizia, il decoro, il rispetto, ma anche un po’ di sano disordine, quando c’è da far festa. È possibile.

    Ma ecco, nel mezzo dei fuochi d’artificio, già mi sono dimenticata di essere a Lilliput.

    Per fortuna, però, che c’è San Gejtanu. Chissà che un miracolo, un giorno, non accada sul serio.

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Il 2026 sarà il National Year of Reading nel Regno Unito

    Se siete stati a Birmingham almeno una volta nella vostra vita (io ci ho appena trascorso una very blessed giornata di sole), avrete riconosciuto l’edificio nella foto: The Library, l’imponente biblioteca che domina Centenary Square nel cuore della città. Una delle più grandi biblioteche pubbliche in Europa e persino nel mondo.

    A differenza di quanto accade in Italia, tra i britannici i lettori e le lettrici non sono mai mancati; il Regno Unito continua a collocarsi tra i primi paesi nei quali la lettura è diffusa e praticata a ogni età. Le ultime ricerche fatte dal National Literacy Trust, ente che si occupa di promuovere  l’alfabetizzazione in UK, hanno tuttavia allarmato gli inglesi: nel 2024 soltanto un giovane su tre, tra gli otto e i diciotto anni, ha dichiarato di amare leggere, e si tratta della percentuale più bassa in assoluto riscontrata negli ultimi venti anni.

    Per capire quale terapia d’urto adottare per non rischiare di far precipitare ulteriormente i numeri dei giovani lettori britannici, il National Literacy Trust ne ha indagato le abitudini di lettura e ha scoperto che la parola chiave per intercettare il giovane pubblico (ma chissà che non funzioni anche con gli adulti?) non è leisure, ovvero svago, intrattenimento, ciò che spesso si fa, a volte anche solo per noia, per riempire il proprio tempo libero. La parola magica è pleasure, piacere: quella sensazione inebriante che si prova quando si fa qualcosa che ci aggrada e ci dà soddisfazione.

    Secondo quanto emerso, alle ragazze darebbe soprattutto soddisfazione prendersi cura del proprio benessere: nella lettura cercherebbero, in particolare, un sostegno emotivo, cose che invece parrebbe interessare meno i loro coetanei, più inclini a quanto pare a fare gli impegnati (“more boys leaned toward reading to connect with causes or the wider world”).

    Entrambi tuttavia sarebbero ugualmente interessati a ciò che di inaspettato la lettura può donare alla loro vita: nuove cose da sapere, nuove parole da imparare. In sostanza, è il piacere della conoscenza a resistere e questo è un dato interessante perché dimostra che i giovani britannici riconoscono il valore educativo della lettura.

    Attenzione, questo non significa che amino necessariamente le letture “educative”, ma che avere accesso al “non conosciuto” rappresenta per loro una sfida intellettuale e culturale. Leggendo tra le righe, riconoscono che uscire dalla propria comfort zone può essere un’avventura molto piacevole. Magari non uscirne proprio del tutto ma quanto basta per avere un incontro ravvicinato con il nuovo, con l’altro da sé, come accade nei film e nelle serie TV. Questi ultimi sono un innegabile punto di riferimento, tanto da essere collocati dagli intervistati  al primo posto anche tra i “ganci” capaci di traghettarli verso la lettura.

    Non sorprende dunque che Reading for pleasure, leggere per piacere, sia il nome prescelto per la nuova campagna di promozione della lettura made in UK, anche in vista del 2026,  che sarà l’anno nazionale della lettura in tutto il Regno Unito.

    E quando si imbocca la strada giusta, perché non adottare la stessa strategia anche in ambiti affini? E Cosa c’è di più affine alla lettura della scrittura?

    Gli inglesi hanno molti difetti, ma sono particolarmente abili nell’elaborare in forma semplice, immediata e di forte impatto, i loro insights. Il National Literary Trust ha quindi lanciato anche una campagna chiamata Writing for Pleasure, indirizzata anch’essa i giovani.

    “Writing is not just about academic success, it is a deeply personal, expressive act tied to creativity, emotional wellbeing, and identity.”

    L’approccio è di tipo biblioterapico, anche se la (sfortunata perché ambigua) parola “bibioterapia” non viene mai nominata esplicitamente. Promuovere, in conclusione, la scrittura come forma di espressione creativa di sé, per stare meglio con sé stessi, per capire chi si è e chi si vuole essere. Un modello che potrebbe essere forse interessante sperimentare anche in Italia?

    Per saperne di più:

    https://www.birmingham.ac.uk/news/2025/2026-year-of-reading-the-reduction-in-children-and-young-people-reading-is-a-social-justice-issue

    https://literacytrust.org.uk/

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Brute Force di Felix Lenz al padiglione austriaco – Inequalities, Triennale di Milano

    Viviamo una crisi dell’immaginazione, dice Luce Beeckmans, studiosa dell’università KU Leuven intervistata per il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze” in mostra alla 24ª Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

    È certamente vero, ma l’arte può, deve e dimostra di saperla ancora usare in modi che sanno toccarci nel profondo, quando non si tira indietro e intraprende sfide che soltanto lei può vincere.

    Ne è una prova il film sperimentale Brute Force, parte dell’installazione Soft image, Brittle Grounds dell’artista, designer e regista Felix Lenz, scelto per rappresentare l’Austria in Triennale. Un contributo di altissimo livello, realizzato su commissione del MAK, Museum of Applied Arts di Vienna, realtà che conferma di avere audacia e coraggio nell’investire in progetti realmente significativi.
    Anni fa, quando mi occupavo di promozione del design, ebbi il privilegio di essere ospitata alla Vienna Design Week e in quell’occasione, oltre all’incredibile vivacità della città, mi colpì la serietà e l’impegno profusi dall’amministrazione pubblica nel sostenere i talenti locali e non solo.

    Felix Lenz si è formato all’università di arti applicate di Vienna, specializzandosi in Design Investigations, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre in tutto il mondo e nel 2024 gli è stato riconosciuto nel suo paese il prestigioso premio di eccellenza per artisti Outstanding Artist Award nella categoria “Design sperimentale”. Per realizzare Brute Force, un film di  di 30 minuti di rara poesia e pregnanza (qui presentato in versione Exhibition Cut), frutto del suo interesse per gli intrecci tra geopolitica, ecologia e tecnologia, ha impiegato oltre cinque anni di ricerca e tre di riprese, dal 2022  al 2025: dagli impressionanti laghi e deserti salati dello Utah in California, o meglio di ciò che rimane di un paesaggio che va sempre più assottigliandosi, ormai drasticamente compromesso dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche, agli esterni e interni dei mastodontici data center di Vienna, non dissimili da quelli collocati in sempre più parti del mondo.

    Estrazione di sale ed estrazione di dati, pratiche neocoloniali interconnesse che incidono la topografia della Terra lasciando tracce geologiche incancellabili.
    “Le nostre tecnologie non catturano la realtà, la creano. Anche su scala più ampia, nel guardare il mondo attraverso le lenti della nostra tecnologia, lo riconfiguriamo”.

    Le voci fuori campo della poetessa Day Eve Comet, della  fisica e teorica femminista Karen Barad, del media artist Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez, con la loro critica interdisciplinare alla tecnologia che produce “conoscenza” razionalizzata, razzializzata, e asservita alle logiche di potere e controllo, intessono questo racconto visivo di parole che suonano più concrete che mai. Il linguaggio grazie alle immagini si sottrae alla voragine dell’astrazione, e le immagini grazie al linguaggio bucano la superficie. La conoscenza diventa un oggetto solido. Qualcosa che ora, grazie all’arte, comprendiamo pienamente nella sua essenza unitaria, che penetra nella nostra mente attraverso le vie misteriose, eppur così chiare, della poesia.

    Per saperne di più:

    https://triennale.org/eventi/austria-soft-image-brittle-ground

    https://felixlenz.at/project/brute-force

    Le foto qui pubblicate sono mie, tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere: Felix Lenz, Triennale Milano.

  • The Sun, una performance di Ed Atkins al Teatro Sociale di Como

    Robert Bresson, nelle sue Note sul cinematografo, diceva che le parole imparate a fior di labbra, i gesti ripetuti venti volte meccanicamente, troveranno le inflessioni e la canzone proprie alla loro vera natura. Bresson credeva nel potere dell’automatismo e aborriva il “teatro fotografato”, così il grande cineasta francese chiamava il cinema tout court in cui attori professionisti interpretano personaggi sul set, ovvero fingono di essere qualcun altro come farebbero se fossero sul palco di un teatro. Sul palco di un teatro come questo, per esempio. 

    Un teatro magnifico con oltre duecento anni di storia: qui risuonò il violino di Nicolò Paganini – nel 1823 – e da sempre si avvicendarono concerti, opera e prosa. Seguirono nel tempo, e tuttora vengono messi in scena, spettacoli e eventi di altro tipo, dai concerti di musica pop alle performance artistiche, come quella proposta da Ed Atkins qualche giorno fa, a cui ho avuto il piacere di partecipare. 

    Uso il verbo “partecipare” non perché si sia trattato di una delle solite performance partecipate/partecipative a cui si è chiamati a interagire attivamente con chi sta sul palco, ma perché è stata, a mio avviso, un’esperienza propriamente teatrale, nel senso più antico, primigenio del termine: un atto collettivo, un “gioco rituale”, una “specie di cerimoniale”, per usare le parole di Jerzy Grotowski. 

    Se The Sun si fosse svolta all’interno di una galleria d’arte contemporanea, non avrei probabilmente avuto la stessa percezione, e questo in fondo è il bello dell’art performance, la performance artistica o d’artista, a seconda di come la si voglia chiamare. L’esperienza vissuta, l’idea che ci si fa dell’opera, muta a seconda del luogo – e del tempo – in cui è eseguita. E il Teatro Sociale di Como non è il primo luogo in cui Atkins porta la sua performance, la quale peraltro assume di volta in volta anche un titolo diverso (nel 2019, alla biennale d’arte newyorkese Performa, si chiamava A Catch Upon the Mirror; all’Holland Festival di Amsterdam nel 2013 si intitolava Epitaph).

    Ma cosa fa, dunque, Ed Atkins sul palco? Che cosa performa?

    Recita una breve poesia di Gilbert Sorrentino, scrittore americano di culto per chi ama l’avanguardia postmodernista anni Sessanta e Settanta. Mai tradotto in Italia, è scomparso nel 2006 a 77 anni per un cancro ai polmoni. Per inciso, anche il padre di Atkins è morto di cancro, nel 2009, quando l’artista stava concludendo i suoi studi in Fine Arts alla University of London. 

    La poesia s’intitola The Morning Roundup e ruota intorno a una malinconica “rassegna mattutina” degli amici persi che l’autore si trova a fare ogni mattina, suo malgrado, nel momento in cui si ripromette di non ascoltare le previsioni del tempo per il fine settimana ma inesorabilmente gli vengono in mente le assolate, splendide domeniche in cui gli amici in questione erano vivi:

    I don’t want to hear any news on the radio

    about the weather on the weekend. Talk about

    that.

    Once upon a time

    a couple of people were alive

    who were friends of mine.

    The weathers, the weathers they lived in!

    Christ, the sun on those Saturdays.

    [da Corrosive Sublimate (1971)]

    Ed Atkins la recita infinite volte, in loop, inframmezzandola con il canto di alcune dolcissime, struggenti canzoni barocche come Under this Stone Lies Gabriel John di Henry Purcell (1686).

    Nel comunicato, sempre identico, che accompagna tutte le esecuzioni  della performance fatte negli anni da Atkins, si parla di The Morning Roundup come di una poesia che esprime “la frustrazione per la finitudine di tutte le cose e per la promessa e l’inevitabile fallimento del linguaggio nell’offrire conforto o rimedio”. Frustrazione amplificata dalla brevità del componimento, perché “ogni volta che Atkins lo recita si muove sempre più lontano dall’intento – fallito – di comunicare un sentimento: il tempo, l’amore, il passato; ciò che è andato via per sempre”. 

    Leggo queste parole qualche giorno prima della performance e mi suonano fin troppo beckettiane. Il “fallimento  del linguaggio” mi fa venire in mente il teatro dell’assurdo, il teatro di parola che scarnifica la parola, l’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta e i suoi capolavori che ancora ci ispirano. Proprio per questo decido di diffidarne. Dove vuole andare a parare Ed Atkins con queste premesse, se tutte le parole sono appunto mezze verità? 

    Alla fine, anche queste parole che dovrebbero introdurre l’opera, si riveleranno tali. Prova del fatto che prendere alla lettera un artista non è mai raccomandabile. 

    E poi siamo a luglio, l’afa ci soffoca, il Teatro Sociale di Como è un signor teatro. Un teatro borghese dell’Ottocento in cui immagino si sia sempre continuato a fare teatro borghese otto/novecentesco, riadattandolo di volta in volta sino ai nostri giorni, magari in salsa tecno-illusionistica, come spesso oggi accade, con artifici sempre più sofisticati. Mi viene difficile anche solo immaginarmi un Finale di partita messo in scena in uno spazio del genere. Anziché al teatro d’avanguardia o al teatro povero, penso invece al teatro recitato di cui parlava Bresson, che ho citato all’inizio. Quel teatro scimmiottato dal cinema, da cui invece il “cinematografo” secondo il regista avrebbe dovuto differenziarsi; cosa accaduta poi molto raramente, così come altrettanto di rado il teatro è riuscito, paradossalmente, a essere teatrale

    Invece, ciò che accade al Teatro Sociale di Como riesce a sorprendermi. L’automatismo che sembra tenere in scacco Ed Atkins sul palco, quei suoi numerosi tentativi di recitare in modo espressivo la poesia di Gilbert Sorrentino, di attribuirle un significato, di dare corpo alla perdita attraverso la parola, in realtà lo liberano. 

    Sul palco Ed Atkins diventa sé stesso: non è l’affermato artista inglese celebrato da una grande retrospettiva alla Tate che oggi veste gli abiti del performer. È un uomo di quarantatré anni in giacca e pantaloni eleganti che senz’altro sta sudando parecchio mentre ripete a memoria The Morning Roundup. Mentre cerca di trasmetterci attraverso le parole qualcosa che neppure il poeta è riuscito a comunicare del tutto scrivendo il suo testo. Ecco che, invece, attraverso il suo corpo, ci restituisce quel sentimento, l’imbarazzo nel comprendere che non c’è niente di comprensibile nella morte. Perché quel “paio di persone lì”, che una volta erano vive ed erano amiche nostre, non ci sono più? 

    Vidi alcuni lavori di Ed Atkins alla Biennale di Venezia nel 2019 e mi colpirono molto per gli spunti offerti intorno all’immagine digitale, le riflessioni sui confini tra realtà e finzione, sul concetto di ripetizione e sull’angoscia e rassicurazione che, allo stesso tempo,  provoca in noi. Le sue opere mi inquietarono per il senso di perdita e morte che vi aleggiava – tuttora permane nella sua arte – ma ci trovai una dolcezza di fondo capace di confortarmi. Come se l’artista volesse veicolare nello spettatore un superamento della solitudine, o l’impressione (vogliamo chiamarla illusione?) di quel superamento, perché alla resa dei conti, come la morte altrui appunto ci ricorda, preparandoci alla nostra, ci è precluso andare oltre noi stessi. 

    Nel corso della performance The Sun ho sentito quella stessa carezza consolatoria, nel momento in cui al parlato si è sostituito il canto. 

    Atkins, in un’intervista, ha definito le canzoni “generose” e trovo che sia un aggettivo perfetto perché le parole cantate, e in particolare le parole che si trasformano in un certo tipo di musica, sono spesso capaci di donare un ineguagliabile senso quiete. Sospendono l’angoscia che nasce dal non poter comprendere la realtà, il perché accadono le cose.  

    Scriveva Grotowski in Dalla compagnia teatrale all’arte come veicolo, in riferimento ai canti rituali della tradizione:

    … il canto diventa il senso stesso attraverso le qualità vibratorie; anche se non si comprendono le parole, basta la ricezione delle qualità vibratorie. Quando parlo di tale ‘senso’ parlo nel contempo anche degli impulsi del corpo; ciò significa che la sonorità e gli impulsi sono il senso, direttamente.

    Under this Stone Lies Gabriel John, intonata da Atkins durante la performance, non è il tipo di canto a cui si riferiva Grotowski ma forse è parte della tradizione dell’artista, che ha dichiarato di servirsi delle stesse canzoni che canta a sua figlia. Dobbiamo credergli? 

    Non ha in realtà importanza, perché è in ogni caso un dono che ci arriva dolcissimo, soprattutto nel momento in cui, durante la performance, accade ciò che non ci aspetteremmo: al Teatro Sociale di Como cade la cosiddetta “quarta parete” e si rompe la frontalità del teatro tradizionale, cardine sul quale si regge il rapporto visivo tra chi è sul palco e chi è in platea, con i secondi che guardano i primi, di fronte a sé, senza poter distogliere lo sguardo dal palco, come se fosse un dipinto appeso su una parete. 

    Ecco che invece, in platea, sentiamo il canto crescerci intorno, alle nostre spalle, con voci femminili e maschili che si uniscono a quella dell’artista. Penso un po’ ingenuamente che si tratti di un suono registrato, di un artificio digitale. Mi volto a destra e a sinistra per capire da dove provengano quelle voci e scopro che sono persone, donne e uomini qui, ora; corpi cantanti in mezzo a noi, le cui voci risuonano cristalline nello spazio di questo teatro dall’acustica stupefacente. Senza microfoni, senza musica di sottofondo, il canto ci abbraccia. L’emozione è grande. 

    Ed Atkins è al momento ospite della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove sta conducendo il laboratorio di ricerca Low Realisms, che martedì 23 luglio si aprirà al pubblico. Per saperne di più:  

    https://fondazioneratti.org/it/progetti/xxix-csav-artists-research-laboratory-low-realisms-2

    La foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Vecchi e nuovi tecnofeticismi

    MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.

    «Stiamo aggiornando il sistema.»

    In estate? 

    Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina. 

    «Ci vorranno 10 giorni»

    Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?

    «L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»

    Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.

    Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline. 

    Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.

    Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo,  penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi? 

    Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza. 

    Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google. 

    Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra. 

    Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti. 

    Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi. 

    Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire. 

    Il piacere è un surrogato della felicità? 

    Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

    Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale

    Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?

    Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).

    Per saperne di più:

    https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape

    Visitabile sino al 31 agosto 2025.

    Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts

    Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.

  • Dove eravamo rimasti

    Un sito web è per sempre, mi disse un tizio molto romantico. O forse era fin troppo innamorato del suo lavoro. Faceva il web designer.

    Ho deciso in ogni caso di ricominciare a prendermi cura di questo spazio, l’unico che senta davvero mio, per un motivo fin troppo ovvio: è appunto mio.

    Corrono voci che per rendere internet un posto migliore dovremmo ripartire da qui, dalla nostra home, la “stanza tutta per sé” che un giorno abbiamo preso in affitto su un server. In fondo, cosa c’è di più saggio, dopo trent’anni ormai di vita sul web, che guardarsi indietro e provare a ripercorrere la strada fatta sinora?

    Volevamo costruire case mobili fantasmagoriche su palafitte digitali. Volevamo dipingerle di tutti i colori e aprire le porte agli ospiti, per poterli invitare a prendere un tè online. E poi condividere le nostre idee, lavorare insieme ai progetti che più ci stavano a cuore. Volevamo lasciar fluire libera la nostra creatività. Diventare più intelligenti, più colti, più cosmopoliti, più estroversi. Più veloci, soprattutto. Come i futuristi, siamo andati in estasi di fronte alla bellezza della velocità, senza sospettare che presto avremmo fatto un balzo dall’avanguardia alla retroguardia. C’era anche chi, già tra le fila della mia generazione, sognava più prosaicamente di fare un mucchio di soldi. A pochissimi è perfino riuscito.

    Ci siamo infine ritrovati a vivere tutti insieme in una comune online, o forse era una colonia anarchica, una casa popolare, un palazzotto grigio di periferia, un condominio borghese del centro. Ad ogni modo, a un certo punto ci hanno detto che c’erano delle regole da seguire, ma più che per vivere insieme, ci sarebbero servite per poter esistere agli occhi degli altri. Ubbidire o sparire. Scegli tu.

    Ecco che allora non resta che ritornarsene, solitari, a casa. Spalancare le finestre, lasciare aperte le porte, invitare qualcuno a prendere un tè e sperare che qualcun altro ti inviti a sua volta. Uscire ogni tanto a farsi un giro, senza una meta precisa. Citofonare agli sconosciuti. Esplorare il mondo intorno, vicino e lontano. Scoprire che internet vale ancora la pena di essere abitato.

    Allora, dove eravamo rimasti?

    Questo non doveva essere un post su internet ma un aggiornamento sui miei “lavori in corso”, un articolo in cui avrei dovuto raccontare cosa ho fatto finora e cosa sto facendo al momento. Ma il bello di scrivere è anche questo, permettersi di andare fuori tema.

    Ecco allora qualche novità su di me:

    Da quasi un anno ho lasciato il mio lavoro d’ufficio nell’editoria e faccio l’insegnante – Sono pure riuscita a non pentirmi.

    Attendo che il mio secondo romanzo trovi la sua strada verso la pubblicazione.

    Sto sviluppando un’idea per il teatro, insieme all’amica Angela Di Sante, con la quale abbiamo creato un piccolo collettivo artistico per realizzare progetti creativi in ambito performativo e cinematografico. Ho scritto un testo, il punto di partenza di un lavoro drammaturgico in divenire. Al momento sto raccogliendo feedback, se lavori nel mondo teatrale e vorresti saperne di più, scrivimi!

    Infine, sto scrivendo una seria di racconti ispirati ai miei viaggi. A proposito, uno di questi si intitolerà probabilmente Gli occhiali ed è per questo che ho pensato di includere nel post un mio recente ritratto occhialuto. C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, cantava Battiato, o forse soltanto per non soccombere al luminoso fascino di Marrakech.

  • Robe da Frankenstein: chi siamo noi per hackerare Mary Shelley?

    Da quando, lo scorso novembre, ho assistito alla Triennale di Milano allo spettacolo Frankenstein (A love story) della compagnia Motus, penso spesso a lei: Mary Wollstonecraft Shelley.

    Di solito, a essere messe in scena sono le opere, non le autrici e gli autori. Lo stesso Frankenstein deve la sua popolarità agli adattamenti teatrali, e successivamente cinematografici, del romanzo: all’epoca della sua pubblicazione (1818), da parte di una piccola casa editrice inglese, vendette molto poco ma non passò inosservato. La prima messa in scena è del 1823 e vi assistette, a Londra, la stessa Mary Shelley. «The story was not well managed», la trama non è stata gestita bene, ebbe a dire l’autrice (Baldick 1990: 58), ma in seguito, nelle riedizioni del suo Frankenstein, tenne senz’altro conto del grande successo riscosso dalla sua opera a teatro.  

    Chissà se le sarebbe piaciuto finire sul palcoscenico insieme ai suoi personaggi, come accade nello spettacolo di Motus. Se nel romanzo la Creatura è il doppio di Viktor Frankenstein e viceversa, in questa conturbante love story ci troviamo di fronte a un trippleganger: Mary, interpretata da Alexia Sarantopoulou, si alterna sotto i riflettori allo scienziato tedesco (la performer Silvia Calderoli) e al “mostro” (Enrico Casagrande, anima dei Motus insieme a Daniela Nicolò). Di per sé, una proposta originale, interessante, che rende giustizia alla complessità di quest’opera, anche grazie alla drammaturgia firmata da Ilenia Caleo.

    Motus mette al centro del palco il testo. È lui (lei? loro?) il grande protagonista di questa messa in scena. Il testo parla per bocca di tutti e tre i personaggi (MWS, Victor, la Creatura), e quando si esprime l’uno, riecheggiano i pensieri dell’altro e le emozioni dell’altro ancora e così via, in un risuonare continuo. Sentiamo anche voci “altre”: quella della stessa Caleo e di altri autorɜ, da Jeanette Winterson a Donna Haraway. Il testo è un frankenstein ben riuscito, un mostro per come lo intende Jack Halberstam, la cui eco è un po’ dappertutto in questo lavoro, tanto che Motus lo cita ben tre volte (forse un po’ troppe) da Skin Shows: Gothic Horror and the Technology of Monsters. Lo ritroviamo nel ricco pieghevole che ci viene consegnato all’ingresso della sala: «Il mostro funziona come mondo». Abbiamo bisogno di mostri e di riconoscere e celebrare le nostre stesse mostruosità, dice Judith “Jack” Halberstam, direttore dell’Institute for Research on Women, Gender e Sexuality della Columbia University, dove insegna Letteratura inglese e comparata.

    Quindi, ricapitolando: se il testo è un mostro e il mostro funziona come mondo, il testo è un mondo in cui ritroviamo tutta la “mostruosità”, la non definitezza della nostra vita, il suo essere un’esperienza sempre ibrida e ibridata, perennemente esposta al contagio dell’alterità e finanche alla fusione o all’assemblaggio di pezzi di noi stessi con pezzi dell’altro, sia questo una persona, un fiore, un oggetto tecnologico. Frankenstein o Il moderno prometeo, un romanzo scritto ai primi dell’Ottocento, ancora ci parla di questo e Motus fa bene a ricordarcelo, perché potremmo essercelo dimenticato o forse non averlo mai davvero capito fino in fondo.

    A raccontarci questa storia sul palco sono il corpo dei personaggi, le loro parole dette e quelle non dette, il loro modo di danzare con l’altro o ritrarsi, di vivere in sintonia o in disaccordo con la natura, di esprimere le emozioni attraverso il silenzio o con la musica (gli ambienti sonori di Enrico Casagrande sono tra le punte più alte di questo lavoro). Per arrivare al pubblico Frankenstein non ha bisogno di effetti speciali, Motus dimostra di averlo capito, e la scelta di impiegare scenografie minimali, da questo punto di vista, risulta coerente ed efficace.

    Torniamo però a MWS, la nostra Mary Shelley. E alla domanda che mi sono posta in questi giorni pensando a lei: chi siamo noi (in questo caso, chi è Motus) per poter hackerare la biografia dell’autrice di Frankenstein?

    Come ho già rimarcato, il fatto che l’autrice diventi un personaggio, che entri nel piano della finzione, è uno degli elementi di originalità di questo lavoro. Peccato però che questo personaggio non sia ispirato a Mary Wollstonecraft Shelley nella sua, per così dire, fluida interezza. Sul palco vediamo soltanto una parte, seppur fondamentale, di lei: una versione molto giovane dell’autrice, quella che iniziò a scrivere il romanzo a diciannove anni (quando l’ha pubblicato ne aveva poco più: ventuno). Una giovane donna, poco più che adolescente, immersa nei turbamenti della sua “mostruosa” immaginazione. Sul pieghevole, nella sezione dedicata a MWS, leggo una citazione da Il mostro che mi abita di Sara De Simone:

    Molto spesso nella storia della letteratura le scrittrici si sono confrontate con l’idea della propria creazione artistica come progenie mostruosa. Questo è accaduto, per secoli, anzitutto per la profonda angoscia di stare contravvenendo all’ordine prestabilito, paterno e patriarcale, dunque per il timore di essere, attraverso il proprio atto creativo, portatrici e responsabili di disordine.

    Verissimo, da un punto di vista storico generale. Ma Mary Shelley, la donna e soprattutto l’autrice Mary Wollstonecraft Shelley, ha avuto con la sua “progenie mostruosa” un rapporto molto più sottile, libero e volutamente ambiguo, che voler collocare esclusivamente in una dimensione di “angoscia” è arbitrario e potenzialmente fuorviante, in quanto rispecchia una parte soltanto della sua identità autorale.

    MWS, nel corso della sua vita, ha hackerato sé stessa e la sua opera prima che i posteri si dilettassero a farlo molteplici volte, plasmando la sua biografia a piacimento, rinchiudendola in questa o in quell’altra dimensione finzionale.

    Forte del lascito libertario che le avevano trasmesso il padre, il pioniere dell’anarchismo William Goldwin, e soprattutto la madre Mary Wollstonecraft, grande filosofa fondatrice del femminismo liberale che non poté conoscere (morì nel darla alla luce) ma dalla quale fu ispirata sino alla fine, l’autrice di Frankenstein si è riconosciuta il diritto di rimettere mano al suo romanzo, dopo averlo scritto, e di dargli una seconda vita. Si è concessa, in sostanza, un pizzico di quella stessa hybris che aveva mosso lo scienziato Viktor nel mettere al mondo la sua Creatura. Ci sarebbe quindi da celebrare qualcosa di più intrigante della solita angoscia, che intrappola la memoria storica di MWS così come di molte altre scrittrici, romantiche o meno, ma in ogni caso spesso fin troppo romanticizzate dai posteri.

    Vale la pena ricordare che alla prima pubblicazione del romanzo nel 1818, in forma anonima, seguì una seconda edizione nel 1823, sulla scia del successo della prima rappresentazione teatrale a cui ho accennato all’inizio. Questa seconda edizione porta il nome dell’autrice, ma fu curata da suo padre in Francia mentre lei si trovava in Italia (spezziamo però una lancia in favore di Godwin: si assicurò che gli interi proventi delle vendite andassero alla figlia). Successivamente, nel 1831, quando Mary aveva trentaquattro anni, pubblicò una terza edizione ampiamente rivista da lei, che contiene la famosa e citatissima prefazione nella quale l’autrice racconta la genesi del romanzo.

    Molto è stato discusso su quale sia la versione “migliore” di Frankenstein, e il giudizio sull’edizione del 1831 è stata spesso viziata dal pregiudizio secondo cui MWS avrebbe rivisto il testo in un momento della sua vita in cui si era assestata su posizioni conservatrici e puntava, dopo i tanti scandali che l’avevano colpita, a compiacere il pubblico. MWS vittima dell’angoscia di rendere meno mostruosa la sua progenie? Studi comparativi tra le due edizioni raccontano una storia ben diversa, ma raccontarla richiederebbe uno spazio di riflessione a parte.

    Intanto, possiamo essere grate a Motus per averci ispirato nuove riflessioni su Frankenstein, su MWS e sull’autorialità femminile. La grandezza di un lavoro artistico sta sempre nella sua capacità di generare interrogativi: domande per noi stessi e per gli altri. Lo sapeva bene anche Mary, troppo astuta per avere paura di cosa ne avremmo fatto, del suo riuscitissimo mostro e forse, in fondo, anche della sua stessa biografia.

  • Tra Utopia e Distopia – “Il karma del camaleonte” per BookCity Milano alla Biblioteca Chiesa Rossa, 16 novembre 2023, ore 20:00

    Ultimo appuntamento in biblioteca per presentare il mio romanzo d’esordio, questa volta nella splendida Biblioteca Chiesa Rossa, in via San Domenico Savio 3.

    L’evento è parte della programmazione di BookCity Milano 2023, manifestazione dedicata al libro e alla lettura, alla sua dodicesima edizione. Il tema di quest’anno, in piena aderenza con lo spirito de Il karma del camaleonte, è “Il tempo del sogno”:

    quel momento imprendibile che vive nel profondo del sonno, ma trasforma la veglia. Sogno è la parola polisemica che parla di pensieri e desideri, utopie e distopie, evasioni e battaglie, incubi e paure.
    Sogno è la parola che abita ogni speranza: sogni di gioventù, sogni a occhi aperti, sogni proibiti, sogni di gloria, sogni di un futuro migliore.

    Un tema cruciale della nostra contemporaneità, con il quale i protagonisti del mio romanzo si trovano a dover fare i conti: se sentiamo di aver in qualche modo tradito i sogni di gioventù, siamo ancora in tempo per riacciuffarli mentre stanno per svanire? C’è ancora spazio per coltivare le proprie utopie individuali, e provare a trasformarle in utopie collettive, in un mondo che sembra l’esatto contrario di ciò che abbiamo sempre sognato?

    Tra utopia e distopia c’è forse una zona franca in cui possiamo usare l’immaginazione per comprenderlo, innanzitutto, questo mondo. E provare a raccontarlo.

    Di questo parleremo, nel corso della serata, con Margareth Londo di Into the Stage: a quasi un anno dalla puntata “Scrivere ad alta voce”, che mi ha visto protagonista del suo podcast, ci sarà modo di arricchire di nuove prospettive gli spunti racconti (l’intervista la trovate qui: https://mariaserra.blog/2022/12/05/scrivere-ad-alta-voce/).

    Chi ha partecipato alla serata ITS Time organizzata da Margareth in Chiesa Rossa lo scorso martedì 7, a cui ho avuto l’onore di contribuire come ospite, avrà l’opportunità di ritornare in un luogo prezioso per la promozione della cultura nella nostra città. Per chi invece non conosce ancora la realtà della Biblioteca Chiesa Rossa, eccellenza della periferia Sud di Milano, sarà l’occasione per concedersi un colpo di fulmine… non è mai troppo tardi per innamorarsi di una biblioteca.

    Ringrazio di cuore Rita Castronovo e tutto il personale di Chiesa Rossa per avermi offerto la possibilità di raccontare il mio romanzo in questo luogo così speciale.

    Vi aspetto! L’ingresso è libero.

    https://www.bookcitymilano.it/eventi/2023/tra-utopia-e-distopia-maria-serra-dialogo-con-margareth-londo

    https://milano.biblioteche.it/library/chiesarossa/cal-2/tra-utopia-e-distopia-maria-serra-autrice-del-romanzo-il-karma-del-camaleonte-dialoga-con-margareth-londo-per-into-the-stage/

  • “Il karma del camaleonte” alla rassegna Parole e note di Bosa (OR) – 8 settembre 2023, ore 20.30, Piazzale Stella Maria

    Il karma del camaleonte arriva a Bosa. Anzi, è il caso di dirlo: torna.
    Proprio in questo intrigante borgo sulla Riviera del Corallo in Sardegna è nato il nucleo centrale della storia raccontata nel romanzo, e qui sono ambientati alcuni dei capitoli più significativi.
    Dirò di più: a Bosa quei capitoli li ho anche scritti, nella loro prima stesura iniziale.
    Sarà un onore avere come moderatore Alessandro Marongiu, critico letterario de La Nuova Sardegna ed editor a cui ho proposto la lettura di questo romanzo in punta di piedi, pronta anche a incassare un rifiuto.
    Sono grata alla Biblioteca Stella Maris e al suo staff per l’invito a partecipare alla rassegna estiva “Oltre Mare – Parole e note”.

    Il critico letterario Alessandro Marongiu introduce “Il karma del camaleonte” al pubblico.

  • Nei luoghi del romanzo: accoglienza calorosa a Cabras (OR) per “Il karma del camaleonte”

    “Vi consiglio di leggerlo e di promuoverlo, perché se non si ha la possibilità di andare sui grandi network, e apparire con il libro in mano come molti fanno, questo invece è il modo che noi, che siamo più ‘defilati’, abbiamo per far conoscere le nostre cose”

    Ci sono molti modi di leggere un libro e di raccontarlo. Ci sono molti modi di raccontare anche questo romanzo, e cosa c’è dietro. A ogni nuova presentazione scopro l’importanza del “come” e di quanto l’approccio alla lettura e lo stile comunicativo di ciascun moderatore o moderatrice con cui ho il piacere di confrontarmi permetta di restituirne il senso. Quello che ha avuto per me scrivere questa storia e quello che ha per chi la legge e va anche oltre: sceglie di raccontarla.

    La cifra distintiva di Pietro Marongiu, che sabato scorso ha moderato la tappa sarda de Il karma del Camaleonte nel Sinis, nella cornice della rassegna letteraria dell’estate cabrarense, è stata l’aver saputo trasferire nella sua personale lettura e interpretazione del romanzo la sua grande cultura e conoscenza del territorio e la propria esperienza di vita e lavoro, come giornalista della Nuova Sardegna, nei luoghi protagonisti della storia.

    Pietro ci ha però regalato anche molto di più: essendo lui stesso autore, e di lunga data, ha potuto condividere con me e con il pubblico alcune considerazioni interessanti sulla scrittura in generale, e sulla scrittura di questo romanzo in particolare. Ha proposto, inoltre, a chiusura dell’incontro, una breve riflessione, di cui ripropongo un estratto, sulla difficoltà di esordire oggi e sull’importanza che questo tipo di incontri hanno per far conoscere al pubblico il proprio lavoro. Grazie alle numerose persone che hanno saputo cogliere il messaggio, seguendo fino alla fine con grande partecipazione questo bell’incontro!

    Un altro estratto in cui dialoghiamo su un tema chiave del libro: la trasformazione dei luoghi e dei territori in Sardegna. Sotto, un momento della nostra chiacchierata sul paese di San Salvatore, in cui è ambientata una scena cruciale del romanzo.

    Un ringraziamento speciale anche a Brunella Salis della Biblioteca Comunale di Cabras, che fa un lavoro straordinario di promozione della lettura nel paese e non solo, e alla cara amica Orsola, a cui chiedo sempre di accompagnarmi in queste incursioni letterarie sarde (il gigante buono, che sa sempre come portarmi fortuna!)

    Grazie a tutto lo staff della Biblioteca e, last but not least, come dicono gli inglesi, alla Fondazione Mont’e Prama e al suo Direttore Anthony Muroni per avermi invitato a presentare il mio romanzo a Cabras.
  • “Il karma del camaleonte” tra i protagonisti dell’estate cabrarese – 19 agosto 2023, ore 21.30, piazza Alberto Azuni

    Sabato 19 agosto sarò a Cabras, antico borgo nella penisola del Sinis in Sardegna, per presentare Il karma del camaleonte. In dialogo con me ci sarà il giornalista della Nuova Sardegna Piero Marongiu.

    Il libro sarà protagonista del terzo e penultimo appuntamento della rassegna letteraria estiva “Estate cabrarese”, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cabras in collaborazione con la Biblioteca Comunale.

     Proprio nel Sinis, nell’intrigante borgo di San Salvatore, è ambientata una scena chiave del romanzo, che senz’altro avremo modo di rievocare.

    Qui un breve estratto:

    Sapeva che in passato era stato il set di alcuni “spaghetti western” da produrre in tempi record e con poco budget, quei “B movies” italiani che in seguito sarebbero divenuti di culto per cineasti americani come Quentin Tarantino. Con le sue strade polverose arroventate, e le casette basse schierate sui due lati della strada come un villaggio messicano, era stata per un po’ l’alternativa sarda al deserto andaluso, dove il grande Sergio Leone aveva invece allestito il suo West. 

    Quando attraversarono le poche vie del villaggio, Valentina capì che San Salvatore non era in attesa: semplicemente, dormiva. I portoncini delle case miniaturizzate, quasi tutte della stessa altezza e dimensione, erano chiusi ma non sbarrati, come se le abitazioni all’interno fossero abitate. Davano l’idea di essere porte leggere, abituate a essere tenute spalancate, com’è ancora uso in alcuni paesi della Sardegna e in molti altri luoghi poco frequentati del mondo. Quel giorno gli abitanti del villaggio dovevano essersi chiusi dentro per evitare che la polvere sospinta dal vento si infilasse prepotente dentro le loro abitazioni. Graham, invece, era di altro avviso: secondo lui, il paese era disabitato. A convincerlo, mentre passavano a filo delle case, allineate una di seguito all’altra, era stata la totale assenza di voci umane e rumori domestici. 

    Accostarono le orecchie all’unico uscio semichiuso che trovarono sul loro cammino. «Non c’è nessuno – le disse posandole una mano sul braccio – Siamo soli, io e te.» 

    La sua voce, appena soffocata dal vento, le arrivò morbida, avvolgente ma discreta, come una musica ipnotica che ascolti prima di addormentarti. 

    Ma Valentina non voleva cedere al sonno, almeno non subito. «Qual è l’aneddoto che volevi raccontarmi?» gli domandò. 

  • Do not send postcards to enemies

    Know your enemy, know yourself, Sun Tzu famously say.

    However, this is not imperial China.

    It is not a lecture in ‘Leadership strategies’ either.

    I am on the beach in Tel Aviv on August 7, 2022 and everything appears to be normal.

    Surfers in the sea.

    Swimmers popping out of the water, or so I think.

    But once again I do not quite understand myself.

    If I knew myself better, it would have dawned on me sooner that I need more practice to identify the sound of war in this city.

    For example, this intermittent whine I hear from afar is definitely not a sluggish fire alarm. No French lady has called it back to duty by taking a few cigarette drags after waking up in her Hilton Hotel room.

    The realization hits me like a ticking time bomb: this concrete behemoth is unlikely to catch fire with such ease. Taking a closer look, swimmers are not clearly leaving the water en masse because they are tired of the scorching midday waves. They are rather rushing to the shore, escaping the jaws of the evilest shark in history, Spielberg’s first and unparalleled creature. Actually not, they are all heading for the bar, and I need to get a move on if I want to secure my spot.

    I start running, like them.

    I am still on the street, in front of the beach bar, but the venue is just a stone’s throw away. I enter through the back, managing to get a decent advantage over the beachgoers. It is not exactly a bunker, the bar is referred to as a “safety place”, and apparently, we should be safe under this reinforced concrete roof. Kind of cramped, though. Shall I take my mask out of the pocket? Well, I am only dressed in a bikini. I almost forgot.

    A young American woman beside me is overwhelmed by a hysterical crisis that seems to stretch on for an eternity, yet lasts only ten seconds. She succumbs to embarrassment as she realizes she is the sole person producing human sounds here, or rather “out there” — we find ourselves in a limbo between beach life and bunker life, with just a strip of concrete overhead, a shield that leaves us vulnerable to attacks from both the front and the sides. I remain quiet, listening and observing the scene, like the rest of the people around me.

    I understand now that I need to sharpen my senses if I want to survive this trip to Israel. “Did you hear the sirens?” the hotel receptionist asks me later. I am tempted to respond that they sounded lo-fi, but I don’t want to appear overly negative to someone who looks concerned. I reassure her, “It’s all good,” and it is indeed true. I am not particularly afraid of the sirens and the muffled roar that temporarily silence the ever-bustling streets of Tel Aviv. However, the noise does unsettle me because it seems to originate from an underground amplifier, reminiscent of the sound described by speleologist Hannibal West in Isaac Asimov’s short story “The Dim Rumble.”

    Read the full story (bilingual version, IT/EN) on Hook Magazine

  • Non inviare cartoline alle macchine: un esperimento di traduzione letteraria

    Collaborare con qualcuno è una sfida. Persino vecchi e cari amici potrebbero trasformarsi in nemici, e potresti covare risentimento verso di loro, indirizzandogli parole piene di amarezza.

    È accaduto persino a John “Peace and Love” Lennon, dopo lo scioglimento dei Beatles. Ti sarà capitato di leggerne sui giornali: la lettera “brutale” che scrisse a Paul McCartney è stata messa all’asta l’anno scorso.

    Come tutti sappiamo, interagire con gli altri esseri umani implica molti rischi. Tuttavia, può anche portare a risultati sorprendentemente positivi. Se hai mai partecipato a un progetto creativo collaborativo, sai di cosa sto parlando. Forse alcuni di questi progetti sono persino finiti nella tua lista dei 10 migliori momenti della mia vita.

    La traduzione letteraria, attività profondamente creativa e collaborativa, esemplifica lo spirito di questa avventura. Anche quando a tradurre è una persona sola, il processo coinvolge molteplici attori, dagli autori, redattori, editori, lettori, fino a colleghi e amici, passando per testi di raffronto, dizionari e tool tecnologici di vario tipo. Recenti approcci nei translation studies hanno messo in luce questo aspetto chiave del lavoro di traduzione, che è insito nella stessa natura del linguaggio: le parole acquistano infatti significato attraverso l’uso collettivo che ne facciamo.

    In qualità di autrice e redattrice con un’ottima padronanza dell’inglese, ho acquisito un’ampia esperienza nella scrittura e nella revisione di testi sia in inglese che in italiano. Spesso mi sono occupata anche di traduzione, revisione di traduzioni e post-editing. Sebbene mi sia formata nel campo e abbia sempre nutrito un grande interesse per la traduzione letteraria, prima di questo esperimento non mi ci ero mai cimentata. Quando ho cominciato a lavorare al racconto “Non spedite cartoline ai nemici” per Hook Magazine, ho subito contemplato la possibilità di scrivere una nuova versione della storia in inglese, ma non di tradurla. All’epoca, la riteneva un’opzione più entusiasmante.

    La prospettiva mi allettava perché ero sicura che avrebbe lasciato più spazio alla mia creatività e immaginazione. In sostanza, credevo che mi sarei divertita di più. Ho coccolato l’idea per un po’, ma alla fine ho capito che la traduzione avrebbe potuto rappresentare un’avventura ancora più ricca di sfide e gratificazioni. Traducendo le mie stesse parole, avrei potuto ricevere dal testo spunti preziosi, utili per portarmi a riflettere sul mio stile e, di conseguenza, affinarlo. Inoltre, la traduzione rappresentava un’opportunità per perfezionare le mie competenze di scrittura e revisione in inglese, il che avrebbe reso il tutto ancora più eccitante.

    Tuttavia, in qualità di autrice e traduttrice del testo allo stesso tempo, mi sarei posta in una situazione scomoda. Con chi me la sarei presa se l’esperimento fosse fallito e la traduzione avesse deluso le aspettative? Perché privarsi del privilegio di poter scaricare la colpa su un co-traduttore o poter insultare una macchina per assolversi dai propri errori? Il concetto di collaborazione “aumentata” tra umani e macchine mi aveva, d’altra parte, sempre affascinato.

    E così, l’esperimento prese il via.

    Continua a leggere il resoconto dell’esperimento (in italiano e inglese) su Hook Magazine.

    https://www.hookliterarymagazine.com/blog-3/do-not-send-postcards-to-machines-an-experiment-in-literary-translation-by-maria-serra

  • Cossa la ghe va mai a creder a quel camaleonte! Tappa karmica a Trieste.

    Lo scorso 23 giugno ho presentato il mio romanzo “Il karma del camaleonte” a Trieste, nella libreria dello storico Antico Caffè San Marco, in compagnia di Eleonora Gregorat e Lucia Beorchia. Il “borin” ha stemperato la calura e ha preservato quella certa leggerezza d’animo che ci contraddistingue: è proprio vero che per schiarirsi i pensieri bisogna “sbentiare”, farsi togliere i pensieri dal vento, come si dice in Sardegna.

    Eleonora, una delle prime lettrici del Karma, ha esordito con un commento sulla protagonista del romanzo: “sicuramente Valentina ha la tua raffinatezza di linguaggio, Maria, che non è solo preciso, è anche diretto, a volte quasi spietato.” Come si evince dalla simpatica foto qui sotto, Eleonora (con il microfono giallo in mano) è stata altrettanto spietata con me e ha cercato di farmi uscire allo scoperto con domande acuminate che hanno indagato un po’ tutto, dalla partenogenesi del culto per le cose inglesi che ho sviluppato in età virginale, sognandomi già adolescente nella Camden Town anni Ottanta ma anche nella brughiera di inizio Ottocento, fino al rapporto che la generazione a cui appartengono i protagonisti del mio romanzo ha con il sesso (temo di non averla soddisfatta del tutto con le mie risposte, ma d’altra parte anch’io, come loro, difficilmente prendo, come dire, posizioni nette).

    Un dialogo molto vivace e divertente, inframmezzato dalle letture espressive di alcuni brani del testo fatte dalla talentuosa Lucia Beorchia, che pur senza leggìo, con i borbottii del borin e le lagnanze delle ambulanze in sottofondo, è riuscita a offrirci in ogni caso alcuni momenti indimenticabili. Come direbbe Valentina, è accaduto “qualcosa che, nel presente, ha i tempi contati: il suo destino è di divenire passato, memoria, mito.”

    Entrerà di certo nella mia mitologia personale, fatta di micro eventi significativi, l’incontro alla fine della presentazione con la Signora Mariuccia, geniale triestina che ha dato delle belle “lavate di testa” all’intellighenzia triestina. Si è riconosciuta nella protagonista del romanzo e mi ha regalato un po’ della sua storia, segno che il karma del camaleonte avrà vita lunga.

    Un estratto del dialogo con Eleonora Gregorat.

  • “Racconti in giardino”, tra allerta meteo, rose inglesi, e tanta voglia di raccontare una Sardegna realmente contemporanea.

    “”Le nubi arrivarono da nord-est, spalleggiate dal vento. Alle dieci il cielo diventò color del ferro, e così il mare, le facciate dei palazzi del porto e l’umore dei turisti. Tutto, in città, cominciò a convergere verso un’unica tinta metallica. Una massa di entusiasti della lunga estate sarda, sbarcati a Cagliari all’alba, si trascinavano increduli sotto i portici di via Roma, colti alla sprovvista dal guastarsi del tempo.” (Dal capito IV “Il vortice atlantico” de Il karma del camaleonte).

    L’allerta meteo, presenza costante nelle pagine di questo mio primo romanzo, è riuscita a fermare anche la presentazione di mercoledì 14 giugno all’Orto dei Cappuccini di Cagliari. Nonostante il posticipo di un giorno, giovedì 15 siamo comunque riusciti a incontrarci, nel magnifico roseto del parco, per raccontare Il karma del camaleonte.

    Ad accoglierci, il vicesindaco e assessore al verde pubblico, Giorgio Angius, e i membri dell’Associazione Cittadinanzattiva Cagliari, ente promotore della rassegna “Racconti nel parco”, in presenza di un pubblico attento, che ha arricchito l’incontro con domande sempre molto pertinenti.
    Per me è stato un momento di confronto e crescita importante: la conversazione con il giornalista Gianmarco Murru di Mediterranea è stata ricchissima di spunti. Gianmarco ha messo in luce molti aspetti chiave non solo della storia e dei personaggi ma anche della forma “ibrida” di questo romanzo e del mio approccio alla scrittura. Abbiamo discusso a lungo, tra i vari temi, di Sardegna contemporanea, delle sfide di raccontare la verità del presente integrando inchiesta, reportage letterario e finzione romanzesca, e della generazione di chi aveva vent’anni nei primi anni Duemila, tra utopie, possibilità di cambiamento reali e disillusioni.

    C’è stato spazio anche per la lettura di alcune pagine del romanzo, in cui io stessa mi sono cimentata, per la prima volta.

  • “Il karma del camaleonte” all’Antico Caffè San Marco di Trieste – Incontro in libreria

    La prossima presentazione del mio romanzo “Il karma del camaleonte” sarà a Trieste, nella libreria dello storico Antico Caffè San Marco, fondato nel 1914. Salotto dell’intellighenzia triestina nel Novecento, oggi è una vivace libreria indipendente, una delle poche rimaste in città dopo le chiusure degli ultimi anni.

    Con me ci saranno Eleonora Gregorat (sotto una sua recensione al romanzo) e Lucia Beorchia, che leggerà alcuni brani del libro.

    Lucia Beorchia legge un breve estratto del romanzo.

    Un estratto del dialogo con Eleonora Gregorat.

    Lucia Beorchia legge un altro brano del romanzo.
  • “Il karma del camaleonte” all’Orto dei Cappuccini di Cagliari – 14 giugno 2023, ore 18,00 (posticipato a giovedì’ 15 giugno per allerta meteo)

     

    Mercoledì 14 giugno alle 18,00 sarò all’Orto dei Cappuccini di Cagliari per partecipare come autrice alla rassegna “Racconti nel parco” organizzata dal Comune di Cagliari. Un appuntamento a cui tengo moltissimo, non soltanto perché mi darà la possibilità di incontrare lettrici e lettori nella mia splendida città di origine, ma perché l’incontro si terrà in un luogo delizioso che mi è particolarmente caro, nel quartiere in cui sono nata e cresciuta. Attorno al tema “giardini”, e ai “roseti” in particolare, si sviluppano peraltro alcuni aneddoti raccontati proprio nel mio romanzo “Il karma del camaleonte”. Sarà emozionante condividerli con il pubblico! A dialogare con me ci sarà il giornalista Gianmarco Murru, direttore di Mediterraneaonline.eu, rivista attenta ai temi ambientali e alla divulgazione della cultura naturalistica.

    Grazie al vice Sindaco di Cagliari e Assessore al Verde Pubblico Giorgio Angius per aver organizzato una rassegna culturale così vivace in uno dei più bei parchi cittadini, e per avermi coinvolto in questa iniziativa, alla quale sarà un piacere partecipare.

    Leggi il comunicato stampa sul sito del Comune di Cagliari

    Unione Sarda – Unione in edicola – Racconti nel parco all’orto dei cappuccini